12 foto spettacolari di edifici

DiLuca Posted Feb 8, 2018

12 foto spettacolari di edifici

Un viaggio intercontinentale di edifici spettacolari, finalisti nel contest Art of Building

In tutto il mondo ci sono edifici e paesaggi spettacolari, alcuni nuovi, altri raccontano il passato. Un grande merito dei tanti concorsi fotografici internazionali è quello di mostrarli anche a chi non li vedrà mai.

Discorso valido anche per la competizione fotografica Art of Building che ha annunciato il vincitore dell’edizione 2017, il fotografo turco Mehmet Yasa, che si è imposto con una immagine catturata a Verona dal titolo Eye of the Tower.

Vittoria con ampio margine, in una edizione con scatti arrivati da tutto il mondo e che spaziano dall’Europa al Medio Oriente, senza rinunciare a qualche incursione negli States.

Ecco nella gallery gli scatti arrivati in finale nella nona edizione del concorso, organizzata dal Chartered institute of building (Ciob).

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DiLuca Posted Feb 8, 2018

Uber salta in sella e si lancia nel bike sharing

jump1Un piccolo esperimento che potrebbe riservare sviluppi interessanti in futuro. Dalla prossima settimana Uber si lancerà nel business del bike sharing (in questo caso elettrico) con un gruppo di suoi utenti. Lo farà senza possedere direttamente i mezzi a disposizione ma lavorando in partnership con Jump Bikes, un neonato servizio di bike sharing che ha già collocato circa 250 mezzi a pedalata assistita fra le salite e le discese di San Francisco. Il suo servizio “normale” si chiama invece Social Bicycles e gestisce al momento 15mila bici non elettriche in oltre 40 città degli Stati Uniti, da Portland ad Atlanta passando per New Orleans e Santa Monica.

Siamo entusiasti del futuro che potrà avere il bike sharing nel contesto dell’app di Uber e questo è il primo passo” ha spiegato Andrew Salzberg, capo della ricerca e delle politiche sui trasporti del gruppo guidato da Dara Khosrowshahi, in un post sul blog ufficiale. Un programma pilota che tuttavia la dice lunga rispetto alle ambizioni di andare oltre il cuore del proprio business.

Basti pensare, per toccare un altro progetto della società, che in alcune città d’Europa Uber fa più soldi con Uber Eats, il servizio di consegne di cibo a domicilio, che con le auto con conducente. Fra l’altro, proprio in ottica Eats ha appena acquistato la startup Ando, il servizio ideato dal vulcanico chef David Chang, il newyorkese di origini coreane patron del gruppo Momofuku.

Uber si allea con Jump nel bike sharing
Uber si allea con Jump nel bike sharing

Massimo riserbo sul fatto che l’esperimento californiano possa preludere a un’espansione da qualche altra parte, magari sempre in partnership con un operatore già presente, puntando sulle due ruote tradizionali.

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Jump Bike segue d’altronde il modello che anche in Italia stiamo imparando a conoscere (quello di OfoBike e Mobike a Milano e di OBike e Gobee.bike a Roma), cioè dei mezzi free floating. E che ha letteralmente invaso la Cina, da cui è partito, con decine di startup che stanno sovraffollando le città. Alcune di queste società sono sbarcate la scorsa estate anche negli Stati Uniti (è ancora il caso di Mobike e Ofo). Il problema è che la possibilità di lasciare i mezzi un po’ ovunque sta iniziando a preoccupare diverse amministrazioni, come quella di Dallas, che stanno pensando a come regolamentare il flusso libero di bici spesso abbandonate senza criterio al termine del noleggio.

In effetti la soluzione individuata da Uber e Jump è una via di mezzo: le bici andranno parcheggiate e bloccate all’interno delle zone di copertura nei portabiciclette pubblici. Uber Bike by Jump, questo il nome del progetto, avverrà all’interno dell’applicazione principale: oltre ai soliti Uber X, Black, Pool e alle altre tipologie di vetture un gruppo di utenti selezionati in base alle zone più frequentate, visualizzerà anche l’opzione per prenotare una bici. Costerà 2 dollari per i primi trenta minuti e poi una certa cifra, ancora non ufficializzata, al minuto.

DiLuca Posted Feb 8, 2018

Surf in notturna, il video che sembra un film di David Lynch

Il corto ha per protagonisti i due surfisti Ian Fontaine e Gaspard Larsonneur

Si intitola La Torche uno dei più intriganti video sul surf di inizio 2018. Diretto dal regista Hugo Manhes, prodotto da WAG Productions, La Torche immortala una spedizione di surf in notturna di grande appeal estetico, dall’atmosfera dark e patinata.

Ripresa con immagini aeree, immagini subacquee, luci colorate fortemente caratterizzanti, la notte tra le onde ha per protagonisti i due surfisti Ian Fontaine e Gaspard Larsonneur e ricorda la fotografia dei film più scuri di David Lynch.

Ti è piaciuto? Guarda anche La storia di un maker di tavole da surf.

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DiLuca Posted Feb 8, 2018

La Romania ripresa dall'alto con un drone

Guardare le cose da un’altra prospettiva. Ad esempio la Romania, attraverso questo corto paesaggistico del regista Bogdan Teodorescu

Up and Above #2017, del regista Bogdan Teodorescu, è un corto paesaggistico unico. Il mini documentario immortala le bellezze naturalistiche della Romania dall’alto, via drone, con il fine di invitare lo spettatore ad adottare punti di vista e prospettive inedite per il nuovo anno.

Teodorescu spiega infatti, nel testo introduttivo al suo corto sulla Romaia, che ogni anno dovrebbe essere portatore di nuove visioni, di nuovi paesaggi, di nuove prospettive.

Up and Above è il secondo episodio di una serie di corti paesaggistici del regista rumeno che vengono pubblicati ogni capodanno.

 

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DiLuca Posted Feb 8, 2018

Aerei, come saranno i voli del futuro

Da velivoli sempre più green all’addio ai display passando per i finestrini smart, lo streaming a bordo e gli assistenti robot: come voleremo nei prossimi vent’anni

aereiCome voleremo nel (prossimo) futuro? L’esperienza di viaggio a 10mila metri e oltre sta cambiando in profondità, negli ultimi anni. La metamorfosi è frutto di stili di vita, preferenze commerciali, atteggiamenti e ovviamente tecnologia. Il 2017 è stato d’altronde un anno d’oro per il settore: secondo la Iata, che rappresenta oltre l’80% delle compagnie del mondo, è stato abbattuto il muro dei 4 miliardi di passeggeri (numeri più precisi arriveranno nei prossimi mesi) per utili da 31,4 miliardi di dollari (+7,4% sul 2016 e un esercito di 11 milioni di passeggeri al giorno).

Annus mirabilis anche per la sicurezza: solo 10 incidenti con 44 morti. Il 2017 è stato dunque “il più sicuro di tutti i tempi sia per numero di eventi che di vittime”, come ha spiegato di recente l’Aviation Safety Network commentando i numeri dell’agenzia olandese To70 (che limita le sue analisi ai velivoli passeggeri oltre 5,7 tonnellate). Nel 2016 gli eventi erano stati 16 e avevano provocato 303 vittime.

In questi numeri non rientrano gli apparecchi militari o di Stato ma, appunto, solo il trasporto civile.

Insomma, l’aereo è il mezzo di trasporto più sicuro e tuttavia quello che mantiene – nonostante la lunga stagione dei low cost – una sua sacralità. Ecco perché ogni minima modifica all’esperienza a terra o in volo o agli apparecchi, alle configurazioni o le previsioni per il futuro più lontano sollevano tanto interesse.

Un futuro (non) da fantascienza
Ciò che ci aspetta dietro l’angolo, nonostante i titoli dei giornali e gli affascinanti rendering che ci fanno sognare, non è (purtroppo) roba da fantascienza. L’aviazione del prossimo futuro, diciamo da qui a una ventina d’anni, è destinata a rimanere molto simile a se stessa nelle fattezze. Lo ha confermato il Mit in una serie di ricerche finanziate anche dalla Nasa: “Anche se si guarderà da vicino un aereo del 2035 – ha spiegato Richard Wahls, responsabile del Fundamental Aeronautics Program’s Subsonic Fixed Wing Project della Nasa – sarà difficile trovare la differenza con quelli attuali ma i miglioramenti strutturali, elettronici ed ecologici saranno rivoluzionari”. Si parlerà insomma di efficienza e silenziosità, maggiore capacità di carico e più versatilità in termini di possibilità di atterraggio sulla maggior parte delle piste del mondo.

Materiali e consumi
Per esempio, gli aerei del prossimo fuutro saranno costruiti in Sma (shape memory alloys, leghe a memoria di forma, cioè leghe speciali che mantengono la memoria nella forma e la riacquistano quando vengono sottoposte ad alte temperature), a nanotubi di carbonio e con materiali compositi, sempre in fibra di carbonio, in grado di reagire alle sollecitazioni e ripararsi da soli, almeno in piccola parte. Boeing e Airbus stanno incrementando l’impiego di questi materiali già sui velivoli in costruzione. Ancora, gli apparecchi impatteranno meno sull’ambiente tagliando il 75% di ossidi di azoto e il 70% di carburante in meno.

In questo senso già l’Airbus 320neo, l’aeromobile a corridoio singolo più attento nei consumi di sempre, ha fatto fare passi da gigante al comparto: equipaggiato con motori Pratt & Whitney PurePower Geared Turbofan è in grado di ridurre i consumi di carburante del 15% rispetto ai livelli attuali e un ulteriore 5% potrebbe aggiungersi entro il 2020. Non solo: è anche il più silenzioso di sempre. Non a caso Airbus punta per quest’anno al target di 800 consegne di aeromobili soprattutto grazie all’incremento della produzione dell’A320Neo nel segmento a medio raggio. Il costoso A380, invece, rischierebbe l’estinzione.

E-plane e ibrido
C’è poi tutto il tema degli e-plane, gli aerei elettrici su cui perfino easyJet ha aperto una collaborazione lo scorso anno con la startup Usa Wright Electric per le tratte inferiori ai 500 km. Il sogno è volare a batterie entro una decina d’anni.

Intanto, per recuperare concretezza, c’è un altro bel progetto che mette insieme Airbus, Rolls-Royce e Siemens dedicato allo sviluppo di un aeromobile ibrido: non gli mancheranno i turbofan ma potranno essere aiutati da elettroventole alimentate da generatori costituiti da turbine a gas, come fossero Apu, Auxiliary Power Unit già presenti sugli aerei per i servizi di bordo e la messa in moto. Un concetto in qualche modo ripreso dalle navi dove, da decenni, le eliche sono mosse da motori elettrici alimentati da generatori diesel e poi nucleari. Il progetto utilizzerà in una prima fase un “jumbolino”, cioè un BAe 146/J anche noto come Avro RJ, appositamente modificato. E-Fan X decollerà nel 2020.

L’esperienza di volo fra lusso e basic economy
Passando all’interno degli aerei, chiunque può già annusare l’aria che tira. Sia sotto il profilo della configurazione degli spazi che dei servizi riservati ai passeggeri. L’esperienza di viaggio appare protagonista di una forchetta che va sempre più allargandosi. Da una parte il comfort extralusso tipo quello delle cabine Emirates Airlines con schermi da 32 pollici, temperatura autonoma e finestrini virtuali (per le file centrali) disponibili già da dicembre sui Boeing 777 della compagnia. Dall’altra l’espansione delle tariffe basic economy, che molti hanno ribattezzato terza classe: in modi e con formule diverse molte compagnie, su tutte le statunitensi, stanno lanciando o allargando proposte a prezzi bassissimi ma che non prevedono il trolley e obbligano all’imbarco per ultimi. Ogni altro servizio va pagato.

Ryanair, dal canto suo, è arrivata a obbligare il carico del bagaglio a mano (gratuito) in stiva per velocizzare le operazioni di imbarco. United Airlines, per esempio, ha appena annunciato che allargherà questo genere di offerte a molti altri voli dopo i primi mesi di sperimentazione. Per molte compagnie costituiscono un modo per combattere con le low-cost offrendo, magari, orari migliori e aeroporti di partenza più comodi in cambio di una trasferta davvero ridotta all’osso.

Peccato che la comodità ne risentirà. Così come la sicurezza: la guerra per la configurazione degli interni è ormai sui centimetri. La larghezza media dei sedili era di 47 centimetri 10 anni fa e si è ora ridotta a 43 mentre la distanza tra uno schienale e l’altro ha toccato il record con i 71 centimetri della compagnia low cost Spirit Airlines. Ma la tendenza non sembra fermarsi e molte compagnie hanno installato poltrone prive della possibilità di reclinare lo schienale.

La situazione del wi-fi a bordo
In termini di tecnologie in volo, invece, se il wi-fi è ormai una realtà – anche se molto poco in Europa – rimane ovviamente la differenziazione sugli apparecchi equipaggiati e sulle tariffe richieste. I prezzi variano infatti dalla gratuità di Norwegian, pioniera del settore, o Emirates (fino a 20 MB) agli 8,50 euro l’ora di Turkish fino all’ 1,70 euro di Alitalia per 10 Mega passando per i 14 dollari per 4 ore di American Airlines (ma c’è anche un piano domestico da 50 dollari l’anno). Secondo i numeri diffusi da Sita Onair, il 37% delle compagnie aeree nel 2016 ha operato con aerei connessi e si prevede che il dato raggiunga il 66% entro il 2019. In generale, entro il 2025 più del 50% dei velivoli commerciali sarà connesso.

Fra l’altro, oltre che per l’intrattenimento il wi-fi in volo serve anche al monitoraggio della sicurezza, la manutenzione degli aerei e il miglioramento per le attività dell’equipaggio di cabina (tablet per gli equipaggi, pagamenti con carta di credito ecc.). Oltre ad aprire una serie di servizi che cambieranno volto all’esperienza di volo che prevedono anche realtà virtuale per i passeggeri (ce l’ha in programma il 29% delle compagnie) e uso delle tecnologie indossabili (35%).

Insomma, una situazione molto fluida. Non tutte le compagnie offrono la connessione su tutti i loro velivoli: in Europa, per esempio, le low cost non ne dispongono e internet in volo – nonostante le rosee previsioni della supercooperativa internazionale – rimane per lo più riservato al medio-lungo raggio.

I sistemi di intrattenimento (senza display)
Wi-fi o meno, i sistemi di intrattenimento stanno cambiando in profondità. Se qualcuno prevede già la scomparsa dei display sui poggiatesta e il trasferimento dell’intera offerta su portali dedicati a cui collegarsi gratuitamente (di recente abbiamo avuto modo di provare, per esempio, quello di Iberia Express) con i propri dispositivi grazie a un server installato sull’aereo o ai collegamenti satellitari, c’è da scommettere che sul lungo raggio non se ne potrà fare a meno. “Per le compagnie aeree sono facili da installare e non ci sono cavi né problemi di peso – ha spiegato Jason Rabinowitz, direttore della ricerca sulle compagnie aeree di Routehappy – in pratica questi sistemi si possono installare da un giorno all’altro e i costi di manutenzione sono di fatto nulli”. Non a caso, sempre secondo Sita, il 21% delle compagnie aeree nel 2016 ha pianificato di offrire servizi per dispositivi mobili durante il volo: la cifra dovrebbe salire al 60% entro il 2019.

Lo streaming in volo
Netflix, per esempio, intende salire a bordo – un test era stato fatto un paio di anni fa con Virgin Atlantic, Virgin Australia e Qantas – concedendo ai vettori che ne facciano richiesta la sua tecnologia di streaming a basso consumo di banda. E i suoi contenuti, almeno in parte. Dunque da quest’anno potrebbe essere possibile salire a bordo di un aereo e ritrovarsi, nell’in-flight entertainment system l’accesso alla piattaforma di Reed Hastings con cui magari finire la stagione di Narcos lasciata in sospeso. D’altronde, tornando ai display, negli Stati Uniti solo due compagnie hanno ancora gli schermi montati su tutti gli apparecchi, sono JetBlue e Virgin America. Le altre stanno diversificando e alcune sono state, pure in questo caso, pionieristiche come la Southwest che no ha mai comprato una poltrona con schermo incorporato.

Finestrini e maggiordomi al posto di steward e hostess
Magari di pannelli hi-tech, per esempio Oled, ce ne saranno ancora ma serviranno ad aggiornare i finestrini, trasformandoli in schermi (per Airbus giganteschi) che ci passano informazioni, per esempio sui luoghi che stiamo sorvolando, ripresi da videocamere esterne, con indicazioni precise, e si scuriscono o illuminano con un pulsante pensionando gli sportelli di plastica. Una robotizzazione che potrebbe toccare anche hostess e steward, sostituiti da carrelli automatizzati – come quello proposto da Altran – maggiordomi in grado di dispensare pasti, bevande e gadget ai passeggeri, recuperando i rifiuti verso la fine del volo.

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DiLuca Posted Feb 8, 2018

Fino a che punto possiamo fidarci delle app che registrano la fertilità?

app
(Foto via Pixabay)

Un’app contraccettiva è finita al centro delle cronache per la segnalazione da parte di alcuni ospedali svedesi in seguito ad alcune gravidanze indesiderate collegate al suo utilizzo. Dai media sono stati riportati 37 casi, 51 sono invece quelli di cui si parla nel comunicato ufficiale dell’azienda produttrice, la Natural Cycles, la quale promette di rispondere in materia per ciascuno di quelli segnalati alla Medical Product Agency (Mpa), l’agenzia per il controllo di farmaci e dispositivi medici svedese. Ma Natural Cycles ha da subito precisato anche come, a dispetto degli strilli dei giornali e della sua stessa certificazione europea rivendicata, nessun metodo contraccettivo è efficace al 100%. Nel dettaglio la app finita sotto i riflettori rivendica percentuali di efficacia del 93% in media, 99% per un uso perfetto, in cui tradotto si utilizzino sempre protezione durante i giorni rossi, quelli più fertili in cui si rischia di rimanere incinta (ma non è detto che bastino, vedremo).

Ma non c’è solo Natural Cycles: gli store di Google Play, Apple e simili abbondano di app che registrano i cicli mestruali, identificando i giorni fertili e stimano le probabilità di rimanere incinta. Ma non sono tutti uguali e non funzionano tutti allo stesso modo. Fino a che punto possiamo fidarcene?

Da sole non bastano
Poco più di un anno fa sul tema si esprimeva un paper pubblicato su Journal of the American Board of Family Medicine. Nello studio i ricercatori avevano passato in rassegna l’efficacia di diverse app e siti presenti nei principali store e in rete, escludendo dalle analisi quelle che nei disclaimer invitavano a non utilizzarle come metodo contraccettivo.

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Negli store infatti abbondano le app che tracciano i giorni fertili, ma alcune sono per lo più solo calendari per registrare le mestruazioni e sintomi correlati. Dall’analisi erano escluse anche le app che non dichiaravano di utilizzare un metodo basato sul riconoscimento della fertilità (in inglese, fertility awareness based methods, Fabm) evidence-based (ci torneremo). Il risultato lasciava spazio a poche interpretazioni: delle 40 analizzate solo sei erano in grado di raggiungere il punteggio massimo in termini di accuratezza – capacità di identificare i giorni fertili – e assenza di falsi negativi, ovvero giorni fertili scambiati come infertili. In sostanza, concludevano gli autori, affidarsi unicamente alle app per conoscere e gestire la propria fertilità, senza essere preparate, potrebbe non essere sufficiente a evitare una gravidanza. Senza considerare che i metodi contraccettivi basati sulla fertilità hanno percentuali diverse di efficacia e che diversi fattori possono modificare queste percentuali.

Riconoscere la fertilità
Piacciono perché sono naturali, costano praticamente nulla e senza effetti collaterali (non in senso classico, ma anche su questo torneremo dopo). Tutti i vari metodi basati sul riconoscimento della fertilità funzionano in modo simile e anche relativamente semplice: permettono di calcolare quando una donna è nei suoi giorni fertili e dunque quella in cui può rimanere incinta. Un’informazione questa che può può essere usata in due modi diversi: per aumentare le probabilità di una gravidanza, per chi è in cerca di un bambino, o per evitarla. In quest’ultimo caso conoscere questa informazione significherebbe a sua volta che durante i giorni più fertili o ci si astenga dall’avere rapporti o si ricorra a contraccettivi che facciano da barriera fisica, come il preservativo. Parentesi: anche i preservativi non sono efficaci al 100%: l’Organizzazione mondiale della sanità parla di percentuali che si aggirano intorno al 98% per un uso corretto, che scendono al una media dell’85% in media per i preservativi maschili. Percentuali nettamente più basse si registrano nel caso del preservativo femminile: 90% in caso di uso corretto, d’abitudine 79%.

Tornano ai metodi basati sul riconoscimento dei propri giorni fertili ne esistono diversi, e diversi sono quelli su cui si basano molte delle app sul tema, che sono per lo più utilizzate per registrare i sintomi e fare i calcoli al posto nostro, combinando i dati non solo relativi all’ovulazione ma anche alla sopravvivenza dello sperma nell’organismo umano (fino a 5 giorni) e tenendo conto più o meno di margini di irregolarità. In realtà molto spesso le app permettono di registrare una gran quantità di dati: se si è avuto un rapporto, ma anche la presenza di mal di testa, gonfiori e umore. La lista-guida compilata dall’American College of Obstetricians and Gynecologists è un buon punto di partenza per ricapitolare quali i metodi di riconoscimento della fertilità più diffusi, anche tra le app. Tradizionalmente se ne identificano quattro, con possibili varianti al loro interno: il metodo del calendario (come quello dei giorni standard), il metodo del muco cervicale, il metodo della temperatura basale, il metodo sintotermico.

I metodi
Il metodo dei giorni standard è un esempio del metodo del calendario, che mirano in generale a tener traccia solo temporale dei cicli mestruali per identificare i giorni più fertili (come il caro vecchio Ogino-Knaus). Tradizionalmente, per un ciclo di durata compresa tra i 26 e i 32 giorni quelli tra l’ottavo e il diciannovesimo vengono considerati come i più fertili, a rischio gravidanza. Per tener traccia in quale giorno del mese ci troviamo esistono modi diversi: dalle CycleBeads, una sorta di collanine colorate, più o meno digitali, che aiutano a identificare i giorni più o meno fertili o, di nuovo alle app. Quanto funziona un metodo del genere? Fino al 95% nel migliore dei casi, intorno all’88% nella media.

Il metodo del muco cervicale
Durante l’ovulazione, il periodo più fertile per una donna, le secrezioni del muco prodotto dalla cervice cambiano. In particolare aumentano appena prima, apparendo più sottili e scivolose, spiegano i ginecologi, e diminuiscono subito dopo, cambiando di nuovo consistenza. Quando si osservano questi cambiamenti, in prossimità dell’ovulazione, meglio astenersi dai rapporti se non si è in cerca di un bambino. Nella versione del metodo dei due giorni si considera la fertilità minore, e dunque la possibilità di rimanere incinta più bassa, dopo due giorni di assenza di muco. Quanto funziona? Fino al 96% in modo correttissimo, 88% di media.

Il metodo della temperatura basale
L’idea di base è che la temperatura basale della donna – quella a riposo – cambi un pochino durante l’ovulazione, innalzandosi leggermente: da 0,2°C a 0,5°C. I giorni più fertili sono quelli a cavallo di questo aumento delle temperature, e l’aumento per due-tre giorni segnala che l’ovulazione è avvenuta. L’inserimento di questo dato all’interno di un cervello elettronico che tenga in considerazione altri fattori, quali sopravvivenza dello sperma e possibili irregolarità nel ciclo, come quello alla base di Natural Cycles appunto, permette di identificare i giorni più o meno fertili, e più meno dunque a rischio di gravidanza. Anche se Natural Cycles permette di integrare le previsioni con test ormonali su striscette. Integrazioni simili, per il monitoraggio più o meno diretto dei livelli ormonali, su secrezioni come muco e saliva, dell’ovulazione, sono presenti anche per altre app che monitorano la fertilità (e in questo caso percentuali di efficacia andrebbero calcolate forse caso per caso e in confronto con altri metodi). Ma quanto funziona il metodo della temperatura basale? Il 99% nel migliore dei casi, il 75% in media.

Il metodo sintotermico
Si tratta di un metodo per il riconoscimento della fertilità che mette insieme diversi indicatori dell’ovulazione, quali per esempio il metodo della temperatura basale e il metodo del muco cervicale. Secondo la revisione sul tema del Journal of the American Board of Family Medicine, cinque delle sei app ritenute più accurate usavano questo metodo, che per l’Oms ha una percentuale di efficacia intorno al 98%.

Pro e contro
Piacciono perché sono naturali, non hanno effetti collaterali, e sono per lo più gratuite (o hanno costi limitati). Ma se dovessimo rispondere alla domanda se questi metodi, alla base del funzionamento di diverse app, sono efficaci davvero la risposta più corretta forse sarebbe ni. L’uso di queste app come sistemi di contraccezione solleva diverse preoccupazioni, spiega Jane Knight, esperta nel campo, nel libro Guida completa al riconoscimento della fertilità. Le percentuali di efficacia ci dicono che i metodi funzionano e con buone percentuali se utilizzate in modo corretto, il che significa con costanza, precisione, attenzione, capacità di interpretare i sintomi e le manifestazioni da registrare, una buona collaborazione del partner e una buona dose di pianificazione (non da ultimo dei rapporti). Ma va anche considerato che possono esserci fattori, e ce ne sono, che possono mascherare i sintomi o rendere più difficile identificarli e interpretarli: cicli irregolari, aver sospeso da poco una pillola anticoncezionale, aver avuto da poco un bambino, ma anche un’influenza, infezioni vaginali, l’utilizzo di alcuni saponi possono complicare l’interpretazione dei sintomi, sballando i calcoli ed aumentando il rischio gravidanze indesiderate. Ma anche semplici errori, stress o fisiologie personali possono alterare il quadro. Senza considerare che, in assenza di barriere fisiche, questi metodi naturali non proteggono da malattie sessualmente trasmissibili.

DiLuca Posted Feb 8, 2018

La nuova opera di Banksy contro la Brexit

Un post condiviso da Banksy (@banksy) in data: Gen 26, 2018 at 11:45 PST

Una nuova opera, un nuovo messaggio apparentemente contro la Brexit. Banksy torna a far parlare di sé con un’opera apparsa in questi giorni nella cittadina inglese di Kingston upon Hull: nei pressi di un ponte mobile abbandonato è spuntata l’immagine di un bambino giocosamente vestito da guerra, con tanto di scolapasta in testa al posto dell’elmo e spada di legno. Legata alla punta della spada, una matita rossa, con accanto la scritta Draw the raised bridge!.

Lo stile del disegno ha immediatamente fatto pensare al celebre street artist anonimo, che dopo qualche giorno ha ufficializzato il tutto pubblicando l’immagine dell’opera sul proprio profilo Instagram. Quel Draw the raised bridge!, che sembra far riferimento a un ponte levato da disegnare – o da tendere, proponendo in questo modo un certo gioco di parole, potrebbe essere letto come un nuovo attacco da parte di Banksy alle politiche legate alla Brexit, colpevoli di aver distrutto il legame tra il Regno Unito e il resto dell’Europa.

Ora, però, l’opera in questione rischierebbe di essere rimossa. John Abbott, un consigliere di Kingston upon Hull del Partito Conservatore, avrebbe suggerito di fotografare il lavoro di Banksy, considerata la sua fama e la sua influenza, ma di procedere poi alla pulizia del muro. Questo perché, nella sua visione, il graffito non costituirebbe comunque una forma di arte, ma un atto di vandalismo al pari delle scritte e dei tag contro cui l’amministrazione locale sta combattendo.

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DiLuca Posted Feb 8, 2018

Blablacar cambia algoritmo, ora i viaggi diventano "da porta a porta"

Il nuovo logo di Blablacar
Il nuovo logo di Blablacar

Un nuovo motore di ricerca per pianificare i viaggida porta a porta”. Blablacar, la società di condivisione di spostamenti in automobile, ha annunciato oggi di aver rinnovato il suo algoritmo per offrire connessioni più capillari. Si passa così dai viaggi “da città a città” a quelli “da porta a porta”, che estendono il raggio d’azione della piattaforma anche alle zone più periferiche.

Per i milioni di persone che vivono al di fuori delle grandi città, nelle periferie o nei piccoli centri poco collegati, i viaggi a lunga percorrenza sono spesso sfiancanti e difficili da organizzare. Ma ci sono auto con posti liberi a bordo che passano proprio accanto a loro, e che potrebbero offrire agli abitanti di ogni centro minore un’esperienza di viaggio quasi porta a porta”, è la tesi dell’amministratore delegato di Blablacar, Nicolas Brusson. E aggiunge: “Grazie al nostro nuovo algoritmo di ricerca, possiamo rendere la rete di trasporti molto più efficiente e dare a tutti i viaggiatori più libertà e indipendenza”.

Prima la app suggeriva agli utenti come punti di incontro snodi centrali, con l’obiettivo di aumentare le occasioni di un viaggio condiviso. Con il tempo, però, gli utenti sono cresciuti, tanto che in media in Italia il venerdì Blablacar conta seimila punti di incontro. In zona centrali, quindi, ma non solo.

La trasformazione del motore di ricerca avverrà nel corso dei prossimi mesi. Inizialmente i passeggeri potranno inserire l’indirizzo preciso di partenza e di arrivo, anche in aree al di fuori di quelle più battute, e Blablacar restituirà i risultati dei viaggi nelle vicinanze.

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Come spiega l’azienda, “grazie al nuovo algoritmo la piattaforma potrà abbinare le ricerche dei passeggeri agli itinerari o a parte degli itinerari programmati dai conducenti, che potranno continuare a pubblicare le proprie offerte di passaggio da un punto A a un punto B senza la necessità di proporre manualmente deviazioni o tappe intermedie. La nuova dinamica renderà possibile la creazione di milioni di potenziali punti di ritrovo”. Oggi l’applicazione è utilizzata da 60 milioni di persone in 22 paesi del mondo. In parallelo al nuovo algoritmo il gruppo francese ha cambiato anche logo e immagine.

Nelle scorse settimane Blablacar ha intervistato cinquemila utenti in nove paesi per inquadrare l’esperienza del viaggio condiviso in auto. Dallo studio, dal titolo Bringing People Closer (realizzato dall’istituto di ricerca francese Le Bipe), emerge che l’80% degli intervistati viaggia per andare a trovare amici e parenti. Tra gli utenti il 76% ha dichiarato di essersi sentito utile agli altri attraverso gli scambi che avvengono in auto. In Italia questa percentuale sale al 90%, con il tasso più alto tra i nove paesi oggetto di studio.

DiLuca Posted Feb 8, 2018

Ecco come sarà il nuovo Museo della scienza e della tecnologia di Suzhou

Lo studio Perkins+Will ha presentato i render del nuovo museo cinese, che sorgerà a un centinaio di chilometri da Shanghai. Una grande passerella verde che nasce e si proietta verso il vicino lago, con mostre ispirate al lato buono della tecnologia

Sarà il centro di un nuovo distretto culturale immerso nel verde, un complesso da 55 mila metri quadrati con tanto di grande hall di 6.200 metri quadrati. Che ospiterà mostre ed esposizioni in grado di sottolineare il possibile impatto positivo sulla società e sul pianeta dell’industria e della ricerca tecnologica. Lo studio di architettura Perkins+Will ha presentato il progetto di quello che sarà il nuovo Suzhou Science & Technology Museum, e che sorgerà appunto nel Shishan Park della città cinese, a un centinaio di chilometri da Shanghai.

L’edificio si ispira all’espressione cinese shan sui, che indica l’unione tra la montagna e il lago: e infatti la costruzione sembra snodarsi a partire dal vicino Shishan Lake, emergere come una passerella verde attorcigliata su se stessa e salire fino a ributtarsi verso l’acqua, diventando una sorta di trampolino. Il tutto, ovviamente, sarà costruito all’insegna della sostenibilità, con un sistema per il filtraggio delle acque, una serie di eco-isole che sorgerà nei pressi del museo e un bosco che ricoprirà l’intera struttura, mitigando il calore estivo e contribuendo ad arricchire il paesaggio naturale dell’area.

Il Suzhou Science & Technology Museum, di cui trovate i render nella nostra gallery, sarà inoltre rivestito di uno speciale materiale metallico che lascerà filtrare la luce naturale all’interno degli ambienti, rilasciando una lieve fluorescenza nelle ore notturne. I visitatori potranno raggiungerlo anche attraverso la metropolitana della città, percorrendo la rampa che costeggia il parco e accedendo così alle diverse esibizioni che saranno ospitate al suo interno.

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Il progetto di Perkins+Will è stato scelto per potenziare l’offerta culturale della zona, dopo il successo del Museo di storia naturale di Shanghai inaugurato nel 2015. E ora si attende una data ufficiale per l’apertura del cantiere di Suzhou.

DiLuca Posted Feb 8, 2018

25 fotografie della Milano che cambia

Quartieri e musei, piazze e giardini, folla e solitudini nelle immagini della mostra in scena fino al 24 febbraio

Milano ha cambiato volto negli ultimi anni, riguadagnando un appeal globale che forse solo negli anni ’80 era stato così alto. E anche per i fotografi, è un soggetto molto stimolante da ritrarre, perché offre punti di vista nuovi e inediti che l’obiettivo può aiutare a svelare.

Le fotografie della mostra Prima Visione 2017 — I fotografi e Milano rappresentano una narrazione per immagini del capoluogo lombardo: dal 2006, infatti, la Galleria Bel Vedere, organizza annualmente una retrospettiva dedicata ai fotografi milanesi o di passaggio che hanno messo la città al centro di uno scatto particolarmente significativo nella loro produzione.

Ecco nella gallery alcune delle foto più belle dell’edizione 2018, tra spazi urbani, grattacieli e istituzioni culturali cittadine. Tutte le altre sono in mostra dal 26 gennaio al 24 febbraio 2018, presso lo spazio miFAC.

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