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"Non sono un robot": l'Intelligenza Artificiale ora sa risolvere i CAPTCHA

“Non sono un robot”: anni e anni di certezze svaniscono all’ombra dell’Intelligenza Artificiale. Non paga di aver battuto giocatori di Go come piovesse, ha fatto fuori un baluardo della differenza tra uomo e macchina: il CAPTCHA. Il test che per eccellenza segna il confine tra ciò che è umano e ciò che non lo è, chiedendo all’utente di rispondere a delle domande (tipo: scrivi la sequenza di lettere e numeri che vedi), è stato fregato da una macchina.

Secondo una ricerca pubblicata da Science, un nuovo tipo di Intelligenza Artificiale ha risolto alcuni tipi di CAPTCHA con una precisione fino al 66,6%. Tanto per capirsi, spiega Motherboard, gli esseri umani possono risolvere lo stesso tipo di CAPTCHA con una precisione dell’87%, considerate alcune differenze di interpretazione. Ma soprattutto: un CAPTCHA è da considerarsi “rotto” se un bot riesce infrangerlo anche solo nell’1% dei casi. 

I Completely Automated Public Turing tests to tell Computers and Humans Apart sono stati inventati alla fine degli anni Novanta per prevenire truffe e spam da parte dei bot.

 L’idea era di creare un meccanismo che non fosse troppo difficile da decifrare per l’essere umano, ma impossibile da capire per chi umano non era. Per quanto i computer non abbiano ormai pochi problemi a riconoscere immagini, quelle distorte continuano a metterli in difficoltà. Per intendersi: un conto è la versione di una lettera in infiniti diversi caratteri, un altro è la lettere passata sotto la lente della distorsione.

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Instagram sta per lanciare il tasto per condividere le foto altrui?

Se Instagram tira fuori una novità al giorno, non è niente in confronto alla quantità di funzioni che testa (della serie “una ne fa…“). Al momento, alcuni utenti hanno segnalato una manciata di nuove opzioni e anche se non è dato sapere quante di queste saranno realmente adottate alla fine della fase di sperimentazione, le aspettative sono buone.

La più interessante è certamente la funzione di ri-condivisione dei post interna all’app. Sarebbe una sorta di Regram button, quindi una versione nativa del tasto che consente di condividere una foto già postata. Un’alternativa che gli utenti aspettavano da un po’ e che romperà le uova nel paniere delle app di terze parti che offrono il servizio, come Regram per Android e Repost per iOS, tanto per citarne due.

Un’altra opzione sulla quale però The Next Web, che ha annunciato i rumor, ha meno informazioni a disposizione, sarebbe la possibilità di un motore di ricerca per le gif sia all’interno dei normali post, che delle Storie.

Dopo aver introdotto la possibilità di ripescare video e foto più vecchi di 24 ore, Instagram starebbe testando anche un archivio personale delle proprie Storie.

Altre sono le sperimentazioni in corso sul social network dedicato alla fotografia: come anticipato, le liste di distribuzione, come Facebook. Tra le opzioni di condivisione dei contenuti inoltre, alcuni utenti iOS hanno visto comparire WhatsApp.

Per dovere di cronaca, altre novità minori sono al vaglio di un ristretto numero di utenti: la ricerca non solo per hashtag, ma per emoji, per esempio, così come il tasto segui, riferito non alle persone, ma agli hashtag.

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Walif, parte da Dubai la rivoluzione social delle città

“La vera sfida, giunti a questo punto, sarà continuare a integrare nuove fonti ed evolvere il service model, per alzare l’asticella ancora e permettere al servizio di affinarsi”. Paolo Giordano, Strategy & Consulting Director di Doing, è un uomo pragmatico, che, però, non smette mai di alzare l’asticella. La società, nata e cresciuta in Italia, tra Milano e Roma, ha ora aperto una sede a Dubai, perché qui è stato sviluppato e lanciato uno dei suoi progetti più innovativi. Si chiama Walif ed è una piattaforma b2b2c che integra dati e servizi, fondata su logiche sociali, capace di dare al contempo informazioni utili agli utenti e aumentare il loro engagement, e offrire visibilità alle attività commerciali e ai servizi presenti sul territorio, nell’ottica di una città più connessa.

La piattaforma, online da aprile, e in fase di continua evoluzione, ha già conquistato numerosi utenti, che ne hanno riconosciuto l’utilità per la loro vita quotidiana, come ha raccontato al Wired Next Fest Abdul Baset Al Janahi, CEO di Dubai SME, agenzia del Dipartimento dello Sviluppo Economico di Dubai che ha il mandato di promuovere la piccola e media impresa.

Al pubblico di Firenze Al Janahi aveva raccontato la grande sfida dell’emirato: la realizzazione di un nuovo servizio digitale basato su artificial intelligence e machine learning, capace di organizzare e mettere in contatto business locali, cittadini e turisti di Dubai, comprendendo e anticipandone le richieste e bisogni.

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Troppo nero per essere Mister Friuli?

Era il 1996 quando l’Italia fu scossa da un terremoto psicologico. Denny Méndez, modella e attrice di origini dominicana, e parecchio scura di pelle, fu eletta Miss Italia. Allora il concorso si trasmetteva ancora nella rete nazionale, suscitando interessi (e ascolti) ben maggiori di oggi, e Facebook non c’era. Ma le domande degli italiani (quelli veri) erano le stesse che oggi accompagnano l’elezione del giovane e, devo dire bellissimo, Alioune Diouf, nuovo Mister Friuli Venezia Giulia 2017, vincitore di un concorso regionale divenuto di interesse nazionale per lo stesso identico motivo: origini senegalesi e pelle nera, come può rappresentare l’Italia (o il Friuli)? Ma i paralleli sono tanti: quante polemiche hanno accompagnato il giovane Balotelli, nonostante il forte accento bergamasco, quando è stato chiamato a rappresentare il calcio italiano?

Restiamo sul fronte bellezza: le domande che sui social arricchiscono i commenti alla notizia non sono del tutto peregrine (lasciamo perdere gli insulti), e non si possono bollare tutte semplicemente col marchio di razzismo social. Se mister Friuli deve selezionare un uomo che riassuma le caratteristiche della sua terra, perché scegliere un africano? Quindi la domanda forse è, piuttosto: ma i concorsi di bellezza (regionali ma anche nazionali) che senso hanno? Sono concorsi in cui la bellezza prescinde le caratteristiche di una regione? Se sì, allora gli organizzatori devono spiegarlo, in modo che si possa evitare di appellare facilmente razzista chi pone il problema.

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Net neutrality: in Portogallo la rete è già divisa in pacchetti

L’incubo è esattamente quello paventato da tutti i sostenitori della neutralità della rete: che si possa creare un’internet di serie A e una di serie B, con chi può permetterselo, in testa.

In Portogallo, in assenza di net neutrality, i fornitori stanno iniziando a suddividere la loro offerta in pacchetti di rete

Secco e preciso il tweet di Ro Khanna, che lascia la parlare una foto del piano di traffico dati. I pacchetti ai quali fa riferimento il politico e avvocato statunitense — che lavorò con il presidente Obama nel Dipartimento del Commercio — mostrano chiaramente una spartizione in base ai servizi proposta dalla società di telecomunicazioni Meo: Messaggistica, Social, Piattaforme video, piattaforme di musica in streaming, servizi email e cloud. Ognuno ha un costo differente, tutti di 4,99 euro. Salvo il primo mese, che è gratuito.

La neutralità della rete, o net netraulity, è il principio giuridico secondo il quale chi fornisce servizi di connessione dovrebbero trattare tutti i dati in maniera uguale, senza operare discriminazioni o variazioni di prezzo in base all’utente, il contenuto, il sito, la piattaforma, l’applicazione e altri fattori.

In Portugal, with no net neutrality, internet providers are starting to split the net into packages. pic.twitter.com/TlLYGezmv6

— Ro Khanna (@RoKhanna) October 27, 2017

Una tema all’ordine del giorno dell’agenda mediatica internazionale, ora che gli Stati Uniti non sono più al riparo delle normative dell’amministrazione Obama.

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Facebook usa l'Intelligenza Artificiale contro il suicidio, ma non in Europa

Un buon modo di utilizzare l’Intelligenza Artificiale: la prevenzione contro il suicidio“, così inizia il post del Ceo di Facebook Mark Zuckerberg nel quale annuncia la funzione di screening dei post degli utenti per l’individuazione di schemi che richiamino a intenzioni suicide, permettendo prima alla piattaforma e poi agli enti sul territorio di aiutare chi sembra essere in difficoltà.

Dappertutto, ma non in Europa: “Stiamo iniziando a diffondere l’intelligenza artificiale al di fuori degli Stati Uniti per aiutare a identificare quando qualcuno potrebbe esprimere pensieri suicidi, anche attraverso Facebook Live – ha detto Guy Rosen, VP Product Management, in un blogpost ufficiale – Sarà disponibile in tutto il mondo, tranne che nell’Unione Europea“.

E perché mai? Secondo quanto analizzato da più parti, l’ostacolo europeo è rappresentato da leggi decisamente più ferree che altrove in merito alla privacy degli utenti.

In particolar modo, dal Regolamento Generale per la Protezione dei Dati che complicherebbe l’uso di quel tipo di tecnologie per la  profilazione degli utenti sulla base di dati sensibili.

Ma c’è chi sostiene che la missione sociale possa essere un’arma per indebolire il Regolamento che entrerà in vigore il 25 maggio del 2018. Tim Turner, consulente per la protezione dei dati di 2040 Training, ha infatti spiegato a Wired Uk che il GDPR non ha nessuna necessità di sabotare il sistema di riconoscimento artificiale in Europa, e che le leggi presenti non siano così pesanti da fermare un’azienda di quel tenore dal trovare una soluzione.

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