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DiLuca

Stati Uniti, la Camera proroga la legge di sorveglianza che ignora i limiti della privacy

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(Immagine: geralt/pixabay)

La Camera dei rappresentati americana ha approvato con 256 voti favorevoli e 164 contrari per altri 6 anni la sezione 702 della Foreign Intelligence Surveillance Act (Fisa), la base legale utilizzata nei programmi di sorveglianza denunciati da Edward Snowden nel 2013.

Un provvedimento indigesto anche al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che non è stato respinto neppure dal muro sollevato da deputati sia repubblicani sia democratici, che hanno chiesto di limitare il potere conferito dalla legge alle autorità.

L’emendamento approvato consente alle agenzie governative di fare incetta, presso aziende americane, di comunicazioni intrattenute da cittadini stranieri fuori dagli Usa, siano queste effettuate tramite telefono o tramite computer, comprese quindi email e cronologie di chat e browser internet.

In sintesi aziende come Google o AT&T devono fornire alle autorità tutte le informazioni sui loro clienti che, in un modo qualsiasi, interagiscono con stranieri. In questa vasta definizione rientra anche chiunque intrattiene relazioni al di fuori degli Usa, tra cui imprenditori, giornalisti, scrittori e un vasto assortimento di persone.

La leader democratica, Nancy Pelosi, ha chiesto ai repubblicani di ritirare il disegno di legge, voce caduta nel vuoto.

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Un monito arriva anche dai media. L’analista legale di Fox News, Andrew Napolitano, ha ricordato a Trump che parte dei suoi grattacapi (il riferimento va soprattutto al Russiagate) sono riconducibili proprio a un eccesso di sorveglianza e che continuare imperterriti sullo stesso sentiero potrebbe non portare a risultati diversi da quelli ottenuti.

Ora la parola passa al Senato dove in parte aleggia la convinzione che la legge vada rivista prima di essere approvata.

La posizione di Trump rimane però ambigua. Se nelle ore immediatamente precedenti al voto ha espresso perplessità, resta il fatto che l’estensione della legge è adiacente alle idee della sua amministrazione e i media americani la descrivono come una sua vittoria.

I difensori della privacy, su tutti l’Electronic Frontier Foundation e Access Now hanno esortato gli americani a protestare attraverso tutti i canali disponibili.

DiLuca

Perché a Roma c'è sempre un'emergenza rifiuti?

(foto: FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images)
(foto: FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images)

Finite le feste si torna alla vita normale. E a Roma, almeno negli ultimi anni, questo vuol dire emergenza rifiuti. Anche il nuovo anno infatti si è aperto, puntualissimo, con le ormai abituali immagini di strade e cassonetti invasi dall’immondizia, seguiti dall’altrettanto tradizionale coda di polemiche, insulti, rimpalli e botta e risposta tra politici di ogni colore. Perché lungi dall’essersi risolta, l’emergenza evidentemente rimane in agguato pronta a colpire al primo intoppo. Ma cosa è andato storto in questa occasione? Cosa possiamo aspettarci per il futuro, e soprattutto, come siamo arrivati a questo punto? Vediamo di ripercorrere insieme alcuni punti della complicatissima, e scabrosa, vicenda dei rifiuti romani.

La situazione attuale
Innanzitutto: cosa è capitato nelle ultime settimane? Come si legge sulla Stampa, sotto le feste è aumentata la produzione di rifiuti, passata dalle già elevate 4.500 tonnellate di un giorno medio a oltre 5mila. L’aumento di immondizia è coinciso inoltre con la chiusura per ferie degli impianti di raccolta, che ha fatto accumulare sacchi e buste nelle strade.

E alla riapertura, il sistema, già allo stremo con la gestione normale, è collassato, provocando ulteriori ritardi e montagne di buste maleodoranti che sommergono i cassonetti, che in molti quartieri sono stati anche dati alle fiamme dai cittadini esasperati.

A guardare la situazione all’interno degli impianti è quasi peggio. Chi ci è entrato parla di mucchi di rifiuti che straripano dalle fosse che dovrebbero ospitarli, di mezzi di Ama che faticano a muoversi tra la spazzatura e i Tmb (impianti di lavorazione e smistamento) trasformati in autentiche discariche a cielo aperto.

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Con strutture in cui si accumulano anche 4mila tonnellate di rifiuti, a fronte delle 750 per cui sono state costruite. Quindi il problema è duplice: da un lato, gli impianti che dovrebbero lavorare i rifiuti per poi inviarli in discarica sono pochi, malridotti, e pronti ad andare in tilt al primo intoppo (anche uno annunciato come le festività natalizie). Dall’altro, questi impianti che dovrebbero rappresentare semplicemente un punto di passaggio nel ciclo di valorizzazione e smaltimento dei fiuti, si trasformano in veri e propri – e improvvisati – impianti di stoccaggio, a causa della mancanza di sbocchi per l’immondizia romana.

Il passato
Per capire dove nasce questo secondo problema è necessario un piccolo passo indietro. Fino al 2013 Roma poteva contare sulla più grande discarica d’Europa: Malagrotta, luogo dell’ultimo riposo della monnezza romana per quasi 40 anni. 240 ettari di campagna laziale destinati ai rifiuti, che tra illeciti e incuria sono accusati di aver prodotto fortissimi danni all’ambiente e alla salute umana, e hanno fruttato una denuncia per associazione a delinquere finalizzata al traffico di rifiuti e truffa e una per disastro ambientale al boss dei rifiuti Manlio Cerroni. Proprio per porre fine a una situazione insostenibile (che ha portato alla regione sanzioni milionarie da parte della Commissione europea), l’allora sindaco Ignazio Marino portò a termine la chiusura della discarica. Lasciando però la città – complice la prematura fine del suo mandato – senza un luogo che potesse ospitare la sua immensa produzione annua di rifiuti.

E così oggi la capitale si trova senza uno sbocco ufficiale per la sua immondizia. L’indifferenziata viene trattata nei Tmb (con le attese che abbiamo citato), e poi lascia la città per dirigersi verso una moltitudine di destinazioni: discariche regionali, inceneritori e impianti di sfruttamento di altre regioni, e addirittura altre nazioni. È infatti un contratto stipulato con l’Austria ad aver allentato la pressioni negli ultimi anni (non senza polemiche): 70mila tonnellate di rifiuti ogni anno hanno raggiunto la capitale austriaca, per essere smaltite nei suoi inceneritori e alimentare il fabbisogno di energia elettrica di circa 170mila famiglie. Per molti uno spreco, per mancanza di pianificazione (gli stessi inceneritori di ultima generazione, praticamente a impatto zero sulla cittadinanza, potrebbero benissimo essere costruiti anche da noi, dicono i critici), ma soprattutto una soluzione temporanea: il contratto si è concluso due mesi fa, e attualmente non si sono ancora trovate alternative.

Di chi è la responsabilità?
È così che è iniziato l’ultimo balletto tra comune e regione, con l’immancabile rimpallo di responsabilità. Serve una sede per i nuovi impianti di smaltimento di Roma, e il sindaco accusa il presidente della Regione di non procedere con il piano rifiuti regionale. La Regione di contro accusa il comune di non aver comunicato i siti dove collocare gli impianti. E tra un’accusa e l’altra, urge al più presto una nuova soluzione tampone. Anche qui riprende la lite tra governatori Pd e giunta comunale a cinque stelle, che a questo punto sa tanto di campagna elettorale più che di legittimo scontro istituzionale.

Il 30 dicembre, Nicola Zingaretti e il governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini annunciano un accordo per portare la spazzatura romana negli impianti di Bologna e Parma. A stretto giro, la risposta del comune, che ringrazia e rifiuta la sponda arrivata dai due governatori Pd. Si parla allora di trasportare i rifiuti in Abruzzo, ma dopo il sì iniziale della regione il governatore Luciano D’Alfonso ci ripensa, e chiede rassicurazioni prima di approvare il progetto, considerato comunque temporaneo e limitato all’attuale situazione di emergenza. Infine arriva l’ultima mossa del comune: un accordo da 40mila tonnellate per il 2018 con un’azienda privata, la Rida Ambiente Srl, che dovrebbe smaltire l’indifferenziata romana in zona Aprilia. Un accordo giudicato insufficiente dalle opposizioni.

La raccolta differenziata
In attesa di scoprire come evolverà la situazione, impossibile non spendere due parole anche sulla questione raccolta differenziata. Una sorta di panacea presentata da anni come la soluzione ai problemi romani, ma che dopo un primo periodo di crescita costante, dallo scorso anno sembra ristagnare, con un misero 3% in più segnato lo scorso anno, contro il +12% del biennio 2013-2014. E se per vetro, metallo e carta la gestione (al netto dei problemi di raccolta legati soprattutto al limitato parco mezzi di Ama) sembra funzionare, per l’umido sarebbe del tutto insufficiente. Come racconta Repubblica, citando dati presi da un rapporto del think tank dell’industria dei rifiuti Althesys, l’unico impianto di compostaggio dell’Ama è autorizzato a smaltire circa 30 mila tonnellate l’anno, a fronte delle oltre 250mila prodotte dalla raccolta differenziata, e nel 2016 ne avrebbe smaltite solo 14mila, un misero 6% del totale, affidandosi a impianti fuori dalla regione per la trasformazione e valorizzazione della frazione umida.

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Amatrice, scossa di magnitudo 3,6

Amatrice sotto la neve. Foto LaPresse/Mario Sabatini
Amatrice sotto la neve. Foto di repertorio LaPresse/Mario Sabatini

Registrata una scossa di terremoto, magnitudo 3,6 alle 04.48 di giovedì 11 gennaio ad Amatrice, senza danni a persone o cose.

I rilevamenti dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) hanno evidenziato che il sisma ha avuto ipocentro a 10 km di profondità; l’epicentro è stato localizzato 2 km a nordest di Amatrice e a 8 km da Accumoli in provincia di Rieti.

Un’altra forte scossa aveva colpito Amatrice 34 minuti dopo la mezzanotte del 4 dicembre, a circa 3 chilometri dal centro già duramente messo alla prova dai sismi che si susseguono dall’estate del 2016.

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I più bei Monumenti nazionali degli Stati Uniti

Natura e storia si incontrano nei monumenti nazionali, aree protette per scelta presidenziale. Ma l’amministrazione Trump vuole riscrivere l’approccio alla tutela

Polemiche negli Stati Uniti, dove la Casa Bianca ha annunciato che i confini di due monumenti nazionali nello Utah saranno rivisti, su decisione del presidente Donald Trump. Si tratta del Bears Ears National Monument e del Grand Staircase Escalante National Monument, entrambi nello Utah: il primo era stato designato come monumento nazionale nel 2016, il secondo nel 1996 dal presidente Bill Clinton.

Rivedere decisioni delle precedenti amministrazioni, o ritirarsi da organismi di livello mondiale, sembra prassi consolidata per l’amministrazione Trump ma anche in questo caso pare siano in arrivo contestazioni e ricorsi.

Nel frattempo, ecco una gallery per ammirare alcuni monumenti nazionali statunitensi, meraviglie della natura o siti che raccontano la storia della nazione.

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L'ultima campagna provita a Roma è una caricatura dell'ideologia antiabortista

La strategia prolife è spesso molto efficace. A cominciare dal loro nome che è uno slogan perfetto: siamo per la vita! Ovvero, chi non sta con noi deve tifare per forza per la morte. Giusto?
No, ma poco importa perché non è detto che funzioni quello che è corretto.
Funziona quello che è immediato, che suscita in noi reazioni emotive di consenso irriflesso.
Prendiamo l’ultimo manifesto firmato “prolife” (qui se volete vederlo, l’immagine è, ovviamente, sconsigliata ai più sensibili) che gira per Roma. “Un bambino ucciso ogni cinque minuti”. Scandaloso! Chi oserebbe non essere d’accordo?
Peccato che stiamo parlando di embrioni o di feti e che la scelta di usare il termine “bambino” dovrebbe essere giustificata e non data per scontata. Ma al copy non interessa, al copy interessa che vi arrivi un pugno.

“Bambino” non è il termine corretto per denotare i primi stadi dello sviluppo umano, ma è usato con la precisa volontà di insinuare (non sempre sono così temerari da dirlo esplicitamente) che se abortisci sei un’assassina.
E questo dovrebbe valere anche se ti stuprano. Ma siccome i prolife scelgono spesso strategie efficaci, è un’eccezione che molti di loro concedono – come fanno molte delle leggi più restrittive riguardo all’interruzione volontaria della gravidanza. Perché è troppo impopolare affermare una cosa del genere, e allora è meglio essere incoerenti tanto magari nessuno ci fa caso.

Poi c’è l’immagine. Un esserino indifeso aggredito da una pinza con i denti di Dracula.

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La quantità di informazioni sbagliate e imprecise in questa composizione dell’orrore è impressionante.
Potrebbe essere un embrione umano o di un primate, ma nessuno deve essersene preoccupato. Anzi, forse si sentirebbero offesi dalla somiglianza perché la vita umana è sacra intrinsecamente (e quella di un gorilla invece no).
Che vuol dire? Niente, ma suona bene.
È appunto un embrione e non un bambino, verosimilmente non oltre la 12esima settimana di gestazione. Non è una valutazione facile mancando del tutto le proporzioni e i termini di paragone. Lo stadio di sviluppo, tuttavia, non sembra essere molto avanzato.

È forse inutile dire che quell’embrione non verrebbe abortito con la pinza ma tramite aspirazione (o con la RU486 entro le prime 7 settimane), perché comunque il risultato è che lo si elimina e se la vita è sacra e quello è un bambino ormai dovreste capire da soli quali sono le implicazioni.
Se poi vedere funziona meglio di sapere, non fa comunque male ribadire: “più di 6 milioni uccisi dall’aborto. Ricordiamo anche questi morti”.
Sei milioni è un numero che evoca immediatamente l’olocausto. Non sarebbe la prima volta che l’aborto è paragonato a stragi e a genocidi; 6 milioni è un numero che non torna. Se calcoliamo dal 1978 a oggi, non arriviamo a 4 milioni e 2mila. Committenti di poster prolife, nemmeno le moltiplicazioni?

Il risultato di scritte e immagine è abbastanza discutibile anche esteticamente. Magari la prossima volta si potrebbe chiamare qualcuno in grado di maneggiare Photoshop. Ma forse anche l’attenzione alle proporzioni e al carattere minerebbe il messaggio urgente e necessario: siete assassine e dovreste bruciare all’inferno, cosa importa se la composizione è sgraziata e le proporzioni sono saltate?
Sembra pure che molti o tutti i manifesti fossero abusivi. Ma cosa volete che contino le regole di affissione al cospetto di una strage di innocenti?

Le reazioni di condanna sono state piuttosto deludenti. Il manifesto avrebbe offeso le donne – siamo tutte così tremendamente permalose? – evocando il trauma dell’aborto, presentato come necessario e inevitabile.
Sembrano mancare la libertà di scegliere e il non dover dare spiegazioni. E la colpa necessaria e inestinguibile ha ormai infettato anche chi difende la possibilità di abortire.
Forse la strategia prolife è davvero più efficace di quella prochoice. O almeno di quella che ci ritroviamo.

DiLuca

Vaccini, l’obbligo funziona? Ecco l'esempio della California

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La campagna elettorale è appena iniziata. E insieme a temi abituali come l’immigrazione, le tasse, la Rai o l’euro, quest’anno c’è da aspettarsi un’importante new entry nel dibattito politico: i vaccini. Tema caldo, anzi caldissimo, che pur arrivando da mesi di polemiche e discussioni sembra destinato a tenere banco anche nelle prossime settimane. Almeno a giudicare dalle recenti dichiarazioni della Lega e dei 5 Stelle, che hanno iniziato questo 2018 sparando a zero sull’obbligatorietà introdotta dal nuovo decreto Lorenzin. Meglio – a parer loro – tornare alle quattro vaccinazioni precedenti, abolendo anche la necessità per l’accesso alle scuole.

Sul tema si è detto abbastanza negli ultimi mesi, ed è giusto che ognuno si faccia liberamente la propria opinione. Ma per aiutare il dibattito potrebbe essere utile aggiungere un ulteriore spunto di riflessione. O meglio rispondere a una domanda: l’obbligatorietà funziona? A prescindere dal numero di vaccini, dai loro effetti collaterali veri e presunti, dalle sanzioni che possiamo introdurre e dalla situazione nel resto del globo, l’obbligo vaccinale è una risposta efficace al calo delle coperture? In questo senso può essere interessante guadare a qualche esempio concreto.

Un buon punto di partenza in questo caso sono gli Usa, paese che pur con le dovute differenze si è trovato in una situazione simile a quella italiana. In questo caso parliamo di morbillo, malattia che ha un peso ben diverso nelle due nazioni.

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L’Italia è infatti maglia nera tra i paesi occidentali: quinta per numero totale di casi alle spalle di India, Nigeria, Pakistan, Ucraina e Cina. Paesi che hanno evidentemente situazioni diverse dalla nostra, e un sistema sanitario con ben altre priorità. Gli Usa dal canto loro invece non sono messi male: 120 casi registrati nel 2017, contro gli oltre 3.600 del nostro paese.

Eppure anche dall’altra parte dell’oceano si sono trovati ad affrontare un’emergenza. Era il dicembre del 2014 quando nella Disneyland californiana si iniziarono a registrare i primi casi di morbillo. Tanti, troppi: 159 prima che le autorità sanitarie dichiarassero debellato il focolaio. E cercando di scoprirne le cause, gli esperti valutarono che l’infezione era riuscita a diffondersi con tanta facilità a causa di un pericoloso calo delle coperture vaccinali.

La legge della California infatti prevedeva la necessità di vaccinare i bambini prima dell’iscrizione alle scuole elementari. Ma lasciava una scappatoia: la possibilità di esenzione per convinzioni personali. Una sorta di obiezione di coscienza che permetteva a chiunque di non vaccinare i propri figli se per motivi religiosi, filosofici o di altro tipo, non lo ritenesse giusto. A guardare i numeri assoluti questo non creava grandi problemi nello stato: la California si collocava intorno al 93% in quanto a copertura vaccinale contro il morbillo. Non male, considerando che la percentuale necessaria per ottenere l’effetto gregge nel caso del morbillo si aggira attorno al 90-95%. Ma a leggere meglio i dati, la situazione era leggermente diversa.

Come fa notare un articolo del New York Times a firma di Emily Oster, un’economista della Brown University che si è interessata spesso di vaccini ed effetto gregge, l’importante non è la copertura media sul territorio dello Stato, ma le percentuali di vaccinati a livello delle singole comunità. E se nel Nord della California si arrivava anche al 98% di copertura, molte popolose zone del Sud erano ben al di sotto dei livelli di guardia: letti così i dati relativi al 2014 ci dicono che il 70% dei bambini californiani viveva in zone con una copertura inferiore al 95%, e il 36% in aree in cui si scendeva al di sotto del 90%.

Ed è per questo – hanno concluso gli esperti – che il morbillo, arrivato probabilmente all’interno dell’organismo di qualche visitatore straniero, ha trovato terreno fertile per causare un’epidemia nella Disneyland californiana. Sull’onda dell’emergenza le istituzioni dello stato hanno deciso di intervenire, varando il cosiddetto Bill 277, una legge che sostanzialmente eliminava la possibilità di esenzione per convinzioni personali. Rendendo così effettivamente obbligatorio il vaccino contro il morbillo, esattamente come è oggi da noi in seguito al decreto Lorenzin. Bene, il risultato? La legge è entrata in vigore nel 2016, e al termine dell’anno la situazione era cambiata radicalmente: oggi infatti il 97% dei bambini californiani vive in contee in cui la copertura vaccinale supera il 95%, e la quasi totalità (il 99,5%) in zone in cui è comunque superiore al 90%.

Come sottolinea Oster, i timori all’indomani del varo della nuova legge erano che potesse spingere molti genitori oltranzisti a ritirare i propri figli dal sistema scolastico. E invece i dati più recenti dimostrano che il numero di bambini nelle scuole dello stato è rimasto invariato, mentre la quasi totalità vive in aree in cui un’epidemia di morbillo dovrebbe essere pressoché impossibile grazie alla protezione offerta dall’effetto gregge. Di fronte all’emergenza, insomma, l’obbligo ha funzionato, sistemando la situazione letteralmente nel giro di pochi mesi.

Ma quel che vale per la California vale per forza anche nel nostro paese? Non è detto, ma anche da noi ci sono dei dati incoraggianti: quelli dell’Emilia Romagna, autentico cantiere dell’obbligo vaccinale grazie alla legge regionale che nel novembre del 2016 ha reintrodotto la necessità di vaccinare i bambini per l’iscrizione all’asilo. La norma ha preceduto di diversi mesi la legge nazionale, e riguardava quindi solamente i quattro vaccini obbligatori all’epoca: poliomielite, difterite, tetano ed epatite B. In ogni caso, a un anno dall’entrata in vigore della norma i risultati dimostrano la sua efficacia, con una copertura complessiva per questi vaccini che supera il 96%, mentre l’anno precedente era di poco superiore al 93%.

I dati non riguardano il morbillo, ma tutto lascia immaginare che la situazione si rivelerà la stessa anche per questa malattia. E nulla lascia pensare che nelle altre regioni italiane le cose vadano in maniera diversa. Se poi l’obbligo vaccinale sia la strada giusta, dipende dall’obbiettivo che ci si pone. Per sistemare velocemente una situazione potenzialmente pericolosa, l’esempio californiano ci dice che si tratta di una strategia efficace. Parlando della gestione ordinaria esistono situazioni, e idee, molto diverse in Europa, con paesi come la Francia che stanno seguendo l’esempio Italiano, nazioni che già avevano un calendario vaccinale più impegnativo del nostro, e altre che mantengono livelli di copertura invidiabili senza dover ricorrere a obblighi e sanzioni. Ogni stato e ogni popolo, in questo senso, fa storia a sé.

DiLuca

9 vecchie pubblicità sessiste rifatte al contrario

Uomini sottomessi o rimproverati in pubblicità sessiste al contrario. Un progetto artistico che fa parlare, anche se non mancano le critiche

Il sessismo in pubblicità ha contribuito negli anni a una certa visione della donna e del suo ruolo nella società. Ma cosa sarebbe successo a parti invertite? Il fotografo Eli Rezkallah, con il progetto“In a parallel universe”, ha provato a immaginarlo ricreando una serie di immagini pubblicitarie, fittizie, dove il maschio è al centro di un messaggio denigratorio o sminuente, in parallelo con pubblicità d’epoca con un’estetica alla Mad Men. L’intento di Rezkallah era di mettere in discussione il sessismo moderno, “mostrandolo in tono ironico per accendere una conversazione attraverso il gioco di ruolo”.

L’intento era nobile ma Rezkallah si è scontrato, a vari livelli, con la reazione del pubblico. Alcuni gli contestano di aver semplicemente proposto uno stereotipo al contrario, altri di non contestualizzare le immagini nella cultura del tempo. C’è anche chi su Twitter lo accusa di arrivare tardi sull’idea e sul concept delle pubblicità sessiste al contrario e in effetti pare proprio così.

Problema più scottante, alcune delle vecchie pubblicità utilizzate da Rezkallah sembrano presentare qualche problema di attendibilità. Ad esempio quella del claim Hardee’s viene bollata come fake, per vari motivi: la catena è nata negli anni ’60 e il simbolo appare più recente, generato dalla fusione con un altro player sul mercato.

Inoltre, la pubblicità, paradossalmente, parla male del prodotto. Cercando in rete, sembra che l’immagine utilizzata sia il clone di un’altra pubblicità d’epoca, di una ditta che produceva, per davvero, lavandini.

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Qualche dubbio solleva anche l’immagine della pubblicità della birra Schlitz: la frase nell’immagine o è stata aggiunta a posteriori?

C’è anche il tema contestualizzazione: ad esempio una delle immagini utilizzate da Rezkallah, quella dei pantaloni Mr Leggs, era stata anni fa al centro di un’analisi in Francia per capire dove fosse apparsa per la prima volta, per dimostrare che c’era una logica di racconto inopportuna, ma non sessista a senso unico.

Insomma, pur non togliendo nulla all’aspetto creativo e al messaggio generale, sembra che il fotografo libanese non abbia prestato la dovuta attenzione, pensando più al fine dell’operazione che all’aspetto filologico.

Potete farvi un’idea del progetto, guardandolo le foto qui sopra.

DiLuca

Multa fino a 10mila euro per i genitori che pubblicano foto dei figli? Non è proprio così

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(Foto: Artur Debat/Getty Images)

Il tema della tutela dei minori sul web è tornato centrale negli ultimi giorni, dopo la notizia di un’ordinanza del tribunale di Roma che ha riaffermato un principio di diritto: la reputazione online dei figli deve essere protetta, anche quando a metterla a rischio sono gli stessi genitori. La vicenda è quella di un ragazzo sedicenne, che si è difeso in sede legale dal comportamento sul web della madre, colpevole di aver esagerato con le condivisioni sui social. Dopo la prima pubblicazione della notizia sull’edizione cartacea e digitale del Sole 24 Ore, la storia è stata ripresa da moltissime altre testate, che però hanno un po’ generalizzato e ingigantito il reale contenuto del provvedimento giudiziario.

A scanso di equivoci, ribadiamo che la notizia dell’ordinanza emessa il 23 dicembre 2017 dal giudice Monica Velletti della prima sezione del tribunale civile di Roma contro una mamma un po’ troppo social è vera. È vero anche – lo avevamo già raccontato ieri in un articolo di Simone Cosimi – che di fatto si riafferma, ancora una volta, che i diritti dei minori vengono prima del narcisismo dei genitori.

Ed è vero pure che un giudice può ordinare ai genitori il pagamento di una somma di denaro in favore dei figli in caso di violazione delle norme sulla privacy, sul diritto d’autore o dei diritti del fanciullo (articoli 10 e 316 del codice civile).

Tuttavia, il presunto automatismo tra la pubblicazione sui social di immagini dei figli minorenni e la multa da (o “fino a”) 10mila euro è una semplificazione che travisa il reale contenuto dell’ordinanza.

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Molti giornali hanno raccontato la notizia utilizzando come titolo proprio la fantomatica multa da 10mila euro: TgCom24, SkyTg24, Repubblica, Corriere, Avvenire e Huffigton Post, tanto per citare i primissimi risultati forniti stamattina da una rapida ricerca su Google. Nell’articolo originale del Sole 24 Ore, invece, la questione dei 10mila euro era solo una delle tante informazioni riportate nel corpo dell’articolo ed era ben circostanziata.

Ecco allora alcune precisazioni sulla vicenda, per evitare fraintendimenti.

1. Per ora non c’è stata alcuna multa
Un dettaglio non trascurabile della vicenda è che la multa di 10mila euro per adesso è stata solo preventivata, ma nessuno la deve pagare. La sanzione, infatti, è prevista solo se i contenuti online che riguardano il minore non saranno rimossi entro la fine del mese di gennaio 2018, oppure se la madre (o il padre) reitereranno il comportamento scorretto, continuando a pubblicare sui social contenuti relativi al figlio. Così stabilisce l’ordinanza del 23 dicembre 2017, procedimento 39913/2015. Se, come ci si augura, i diritti del minore d’ora in avanti saranno rispettati, questa volta nessuna multa dovrà essere versata.

2. Non si tratta di solo di immagini serene
La notizia è stata quasi ovunque raccontata mettendo in evidenza l’aspetto dell’immagine, ossia delle foto del figlio minorenne finite online. Tuttavia in questa vicenda, che come vedremo ha diverse altre aggravanti, un ruolo importante è rappresentato anche dai testi che accompagnavano le immagini e dai post puramente testuali condivisi sul web. Frasi che, secondo quanto è noto, creavano imbarazzi e diffondevano notizie riservate e sgradevoli sui rapporti coniugali e familiari. Accomunare questa vicenda alla foto di un bambino che mangia serenamente un gelato o di una bambina che corre e si diverte in un prato, raccontando del rischio di multe da migliaia di euro, è una distorsione al limite dell’allarmismo gratuito.

3. Il caso in questione è ben più grave di un post sui social
Migliaia di euro di sanzione per la condivisione dei contenuti sui figli sui social possono sembrare comunque una pena eccessiva. E in effetti in generale è probabilmente così. O, perlomeno, nel caso in questione ci sono delle ulteriori aggravanti che giustificano un pronunciamento così severo. Da quanto è emerso, infatti, il ragazzo si era più volte lamentato con i genitori perché sui social erano state raccontate faccende personali e familiari, con tanto di dettagli privati che sarebbe stato meglio mantenere riservati. Oltre al mettere in piazza informazioni inadatte al contesto dei social network, infatti, i contenuti postati sul web pare fossero anche motivo di vergogna per il ragazzo stesso, tanto che durante l’udienza il sedicenne ha chiesto al giudice di potersi trasferire negli Stati Uniti per rifarsi una vita e azzerare (per quanto possibile) la sua reputazione online. Nei documenti relativi al procedimento, infatti, si parla di una “massiccia presenza mediatica” del ragazzo sui social a causa dell’attività della madre, così imponente da“giustificare il turbamento” del minorenne.

Il quadro che se ne ricava lascia pensare alla madre come una sorta di cyber-bulla che sottopone il proprio figlio alla gogna dei social, rendendo noti agli amici i dettagli della situazione conflittuale che si sta vivendo in famiglia a causa della separazione dei genitori. Con il conseguente disagio per il figlio, che se ne è più volte lamentato anche con il proprio psicoterapeuta.

Anche se purtroppo sono molto numerosi i casi di genitori che violano i diritti dei propri figli minorenni o urtano la loro sensibilità abusando della loro immagine online (e che potrebbero essere sanzionati secondo quanto previsto dalla legge), il caso esaminato dal tribunale di Roma rappresenta una situazione particolarmente grave e che presumibilmente riguarda una esigua minoranza di famiglie. E questo spiega l’ammontare della possibile sanzione economica.

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Texas, ex militare fa una strage in chiesa. Morti e feriti

(Foto: fickr.com/ Pastor Chris)
(Foto: fickr.com/ Pastor Chris)

Domenica 5 novembre Devin P. Kelley, americano 26enne, è entrato nella First Baptist Church di Sutherland Springs (Texas) e ha cominciato a esplodere colpi, una ventina secondo le prime ricostruzioni, mietendo in totale 26 vittime di età compresa tra i 5 e i 72 anni. Lo sceriffo Joe Tackitt ha comunicato che i feriti sono 24, senza specificarne le condizioni.

Dopo una breve fuga Kelley è stato ritrovato morto, non è chiaro se in seguito a una sparatoria con le forze dell’ordine.

Un portavoce della United States Air Force (Usaf) ha confermato che Kelley è stato congedato con disonore nel 2014, dopo avere scontato 12 mesi di prigione inflitti dalla corte marziale. Nella vita dell’uomo, secondo alcune ricostruzioni rilanciate dai media americani, ci sarebbero stati episodi di violenza ai danni della moglie e del figlio.

Il presidente Usa Donald Trump ha assicurato di monitorare la situazione dal Giappone, impegnato in un viaggio ufficiale che lo porterà in Corea del Sud e poi in Cina.

Le autorità locali descrivono quello compiuto da Kelley come l’episodio più grave della storia del Texas, non del tutto immune da simili azioni violente, penultima delle quali il 7 luglio del 2016, quando Micah Xavier Johnson (anch’egli ex soldato) ha aperto il fuoco su un gruppo di poliziotti a Dallas, uccidendo in tutto 5 persone e ferendone altre 11, prima di essere ucciso.

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Il servizio anti fake news della Polizia Postale? Diteci che è uno scherzo

“C’è più sicurezza insieme”: proprio al fine di sfruttare le potenzialità offerte da una così vasta comunità, sul sito www.commissariatodips.it viene creato e messo a disposizione dei cittadini uno speciale Red Button per la segnalazione di fake news. Si tratta di un servizio dedicato di segnalazione istantanea, grazie al quale l’utente, giovandosi di un’interfaccia web semplice ed immediata, senza particolari procedure di registrazione.

Quello che avete letto è presente qui, sul sito della Polizia Postale, dove da ieri c’è il servizio Segnala una fake news. Il Ministro dell’Interno Marco Minniti ha inaugurato il “primo Protocollo operativo per il contrasto alla diffusione delle fake news attraverso il web”. Obiettivo: “Evidente la necessità di arginare, con specifico riguardo al corrente periodo di competizione elettorale, l’operato di quanti, al solo scopo di condizionare l’opinione pubblica, orientandone tendenziosamente il pensiero e le scelte, elaborano e rendono virali notizie destituite di ogni fondamento, relative a fatti od argomenti di pubblico interesse”.

Una misura più grottesca in ambito di informazione non esiste. Primo perché è evidente che chi l’ha pensata non sa di cosa stia parlando. Come è infatti possibile stabilire se una news sia fake oppure no? Dio esiste; il Jobs Act ha funzionato; la riforma Fornero è stata una sciagura; Salvini, Renzi o Di Maio sarebbero dei premier inadeguati; il piano Industria 4.0 sta dando i suoi frutti.

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Tutti esempi di “notizie” che possono essere dimostrate come vere o false. Dipende dal metro di giudizio, di analisi.

Poi, certo, ci sono alcuni fatti che possono essere solo veri o solo falsi. La presidente della Camera Laura Boldrini ha effettivamente un cugino che è stato effettivamente assunto a Palazzo Chigi? No. I reati sono in aumento e da qui un’emergenza sicurezza in Italia? No. Ma per questi falsi (in alcuni casi reati, come la diffamazione) la legge italiana ha già delle norme e procedure apposite e non si sentiva il bisogno di aprire un servizio ad hoc.

Infine ci sono le fake news “non apparentemente anonime”, cioè quelle notizie diffuse da politici e giornali che in periodo di campagna elettorale (ma anche fuori) alimentano la disinformazione, creando le fake news più pericolose e dannose per l’opinione e il dibattito pubblici. Che facciamo con quelle? Le segnaliamo alla Polizia Postale? Ci sarebbe da ridere se non facesse piangere. Con un’aggravante: certificare che esista una verità di stato è una misura da regimi totalitari. Sappiamo bene che questa non era l’intenzione. Ma questo è il risultato quando si affrontano temi che non si conoscono.

Ora che il servizio è stato lanciato, speriamo che non siano molte le persone a presentare una segnalazione. Sarebbe veramente uno spreco se delle risorse pubbliche fossero impegnate in un’attività tanto inutile quanto potenzialmente dannosa e delatoria.

Le fake news non si combattono così, ma con un’operazione culturale che coinvolge in prima persona i giornali (o chi fa informazione) e i cittadini. I primi nella costante ricerca di essere onesti. I secondi nella capacità di saper distinguere cosa è falso da ciò che non lo è. Sia esso presente su Facebook o su una testata registrata.