Archivio per Categoria Politica

DiLuca

Vaccini, l’obbligo funziona? Ecco l'esempio della California

vaccini 2

La campagna elettorale è appena iniziata. E insieme a temi abituali come l’immigrazione, le tasse, la Rai o l’euro, quest’anno c’è da aspettarsi un’importante new entry nel dibattito politico: i vaccini. Tema caldo, anzi caldissimo, che pur arrivando da mesi di polemiche e discussioni sembra destinato a tenere banco anche nelle prossime settimane. Almeno a giudicare dalle recenti dichiarazioni della Lega e dei 5 Stelle, che hanno iniziato questo 2018 sparando a zero sull’obbligatorietà introdotta dal nuovo decreto Lorenzin. Meglio – a parer loro – tornare alle quattro vaccinazioni precedenti, abolendo anche la necessità per l’accesso alle scuole.

Sul tema si è detto abbastanza negli ultimi mesi, ed è giusto che ognuno si faccia liberamente la propria opinione. Ma per aiutare il dibattito potrebbe essere utile aggiungere un ulteriore spunto di riflessione. O meglio rispondere a una domanda: l’obbligatorietà funziona? A prescindere dal numero di vaccini, dai loro effetti collaterali veri e presunti, dalle sanzioni che possiamo introdurre e dalla situazione nel resto del globo, l’obbligo vaccinale è una risposta efficace al calo delle coperture? In questo senso può essere interessante guadare a qualche esempio concreto.

Un buon punto di partenza in questo caso sono gli Usa, paese che pur con le dovute differenze si è trovato in una situazione simile a quella italiana. In questo caso parliamo di morbillo, malattia che ha un peso ben diverso nelle due nazioni.

Leggi anche

L’Italia è infatti maglia nera tra i paesi occidentali: quinta per numero totale di casi alle spalle di India, Nigeria, Pakistan, Ucraina e Cina. Paesi che hanno evidentemente situazioni diverse dalla nostra, e un sistema sanitario con ben altre priorità. Gli Usa dal canto loro invece non sono messi male: 120 casi registrati nel 2017, contro gli oltre 3.600 del nostro paese.

Eppure anche dall’altra parte dell’oceano si sono trovati ad affrontare un’emergenza. Era il dicembre del 2014 quando nella Disneyland californiana si iniziarono a registrare i primi casi di morbillo. Tanti, troppi: 159 prima che le autorità sanitarie dichiarassero debellato il focolaio. E cercando di scoprirne le cause, gli esperti valutarono che l’infezione era riuscita a diffondersi con tanta facilità a causa di un pericoloso calo delle coperture vaccinali.

La legge della California infatti prevedeva la necessità di vaccinare i bambini prima dell’iscrizione alle scuole elementari. Ma lasciava una scappatoia: la possibilità di esenzione per convinzioni personali. Una sorta di obiezione di coscienza che permetteva a chiunque di non vaccinare i propri figli se per motivi religiosi, filosofici o di altro tipo, non lo ritenesse giusto. A guardare i numeri assoluti questo non creava grandi problemi nello stato: la California si collocava intorno al 93% in quanto a copertura vaccinale contro il morbillo. Non male, considerando che la percentuale necessaria per ottenere l’effetto gregge nel caso del morbillo si aggira attorno al 90-95%. Ma a leggere meglio i dati, la situazione era leggermente diversa.

Come fa notare un articolo del New York Times a firma di Emily Oster, un’economista della Brown University che si è interessata spesso di vaccini ed effetto gregge, l’importante non è la copertura media sul territorio dello Stato, ma le percentuali di vaccinati a livello delle singole comunità. E se nel Nord della California si arrivava anche al 98% di copertura, molte popolose zone del Sud erano ben al di sotto dei livelli di guardia: letti così i dati relativi al 2014 ci dicono che il 70% dei bambini californiani viveva in zone con una copertura inferiore al 95%, e il 36% in aree in cui si scendeva al di sotto del 90%.

Ed è per questo – hanno concluso gli esperti – che il morbillo, arrivato probabilmente all’interno dell’organismo di qualche visitatore straniero, ha trovato terreno fertile per causare un’epidemia nella Disneyland californiana. Sull’onda dell’emergenza le istituzioni dello stato hanno deciso di intervenire, varando il cosiddetto Bill 277, una legge che sostanzialmente eliminava la possibilità di esenzione per convinzioni personali. Rendendo così effettivamente obbligatorio il vaccino contro il morbillo, esattamente come è oggi da noi in seguito al decreto Lorenzin. Bene, il risultato? La legge è entrata in vigore nel 2016, e al termine dell’anno la situazione era cambiata radicalmente: oggi infatti il 97% dei bambini californiani vive in contee in cui la copertura vaccinale supera il 95%, e la quasi totalità (il 99,5%) in zone in cui è comunque superiore al 90%.

Come sottolinea Oster, i timori all’indomani del varo della nuova legge erano che potesse spingere molti genitori oltranzisti a ritirare i propri figli dal sistema scolastico. E invece i dati più recenti dimostrano che il numero di bambini nelle scuole dello stato è rimasto invariato, mentre la quasi totalità vive in aree in cui un’epidemia di morbillo dovrebbe essere pressoché impossibile grazie alla protezione offerta dall’effetto gregge. Di fronte all’emergenza, insomma, l’obbligo ha funzionato, sistemando la situazione letteralmente nel giro di pochi mesi.

Ma quel che vale per la California vale per forza anche nel nostro paese? Non è detto, ma anche da noi ci sono dei dati incoraggianti: quelli dell’Emilia Romagna, autentico cantiere dell’obbligo vaccinale grazie alla legge regionale che nel novembre del 2016 ha reintrodotto la necessità di vaccinare i bambini per l’iscrizione all’asilo. La norma ha preceduto di diversi mesi la legge nazionale, e riguardava quindi solamente i quattro vaccini obbligatori all’epoca: poliomielite, difterite, tetano ed epatite B. In ogni caso, a un anno dall’entrata in vigore della norma i risultati dimostrano la sua efficacia, con una copertura complessiva per questi vaccini che supera il 96%, mentre l’anno precedente era di poco superiore al 93%.

I dati non riguardano il morbillo, ma tutto lascia immaginare che la situazione si rivelerà la stessa anche per questa malattia. E nulla lascia pensare che nelle altre regioni italiane le cose vadano in maniera diversa. Se poi l’obbligo vaccinale sia la strada giusta, dipende dall’obbiettivo che ci si pone. Per sistemare velocemente una situazione potenzialmente pericolosa, l’esempio californiano ci dice che si tratta di una strategia efficace. Parlando della gestione ordinaria esistono situazioni, e idee, molto diverse in Europa, con paesi come la Francia che stanno seguendo l’esempio Italiano, nazioni che già avevano un calendario vaccinale più impegnativo del nostro, e altre che mantengono livelli di copertura invidiabili senza dover ricorrere a obblighi e sanzioni. Ogni stato e ogni popolo, in questo senso, fa storia a sé.

DiLuca

Elezioni, un governo a 5 stelle è improbabile (ma non impossibile)

movimento-5-stelle

Per cercare di dare il quadro più accurato possibile dei futuri scenari politici, tifoserie di ogni genere a parte, i dati dei sondaggi sono soltanto il punto di partenza. Quando chiediamo al dottore di fare una diagnosi difficile è certo importante sapere cosa ci dice ma chi, potendo, non andrebbe a controllare quante volte in passato ha azzeccato malattia e cura giuste?

Capire quanto possiamo fidarci dei sondaggi e dei sondaggisti è allora fondamentale per mettere in prospettiva i numeri che ci piombano addosso da ogni dove, e prepararci a eventuali – spesso inevitabili – errori. Il modo forse più semplice è tornare indietro di qualche anno, e verificare a posteriori quanto i sondaggisti sono andati vicini al risultato finale. Meno sono stati affidabili in passato, più sembra ragionevole aspettarci sorprese anche a questo giro.

Guardando alle due scorse principali elezioni, politiche del 2013 e europee del 2014, troviamo che in entrambi i casi i sondaggisti non hanno saputo affatto anticipare due grandi successi elettorali, prendendo ampi granchi.

Nella prima elezione il Movimento 5 Stelle è stato di gran lunga sottovalutato, portando a un enorme errore nelle aspettative degli analisti.

Nel periodo precedente al voto, la media dei sondaggisti lo dava intorno al 15,5%, con il risultato reale però superiore di ben 10 punti: un errore medio di dimensioni colossali. Per dare un’idea, se lo stesso dovesse ripetersi anche quest’anno il Movimento 5 stelle sarebbe a un tiro di schioppo dal formare una maggioranza di governo – al netto dell’incognita dei candidati eletti nei seggi uninominali.

Leggi anche

Perché questo accada dovrebbero mettersi in fila una serie di eventi al fondo improbabili, e certo non aiuta la debolezza del Movimento nel presentare candidati forti proprio nei collegi uninominali da cui emergeranno cerca un terzo dei nostri rappresentanti.

Ma sarebbe un errore scambiare una probabilità piccola per nessuna probabilità, e non aggiustare le nostre aspettative di conseguenza: soprattutto in una elezione ad alto grado di incertezza come quella che ci attende.

D’altra parte bisogna ricordare che, in caso di un risultato di un risultato superiore alle aspettative, altri partiti o loro membri potrebbero decidere di appoggiare con i loro voti una maggioranza a 5 stelle. Il leader di Liberi e uguali Pietro Grasso, per esempio, ha tutt’altro che escluso questa possibilità.

Resta comunque difficile dire quanto è plausibile un errore dei sondaggi tanto grande in favore del Movimento 5 stelle. Un argomento in sfavore di questa tesi è che il partito risulta molto stabile nei suoi consensi elettorali catturati dai sondaggisti, con valori che certo oscillano ma tutto sommato non cambiano tantissimo da oltre un anno a questa parte.

Se davvero ci fosse un errore di quest’ampiezza, dovrebbe essere sistematicamente a sfavore dei 5 stelle da molto tempo – il che di nuovo è difficile ma certo non inaudito.

1

Errore simile, anche se più ridotto, si è verificato anche l’anno dopo in occasione delle elezioni europee. Questa volta i sondaggisti non sono stati in grado di predire il successo del Partito democratico, che ottiene il più ampio risultato elettorale della sua storia con poco meno del 41% dei voti.

E tuttavia, stando ai sondaggisti, avremmo dovuto aspettarci un risultato senz’altro buono, ma certo non eccezionale, tanto che la media delle rilevazioni lo dava 8 punti più in basso: al 33% circa. Di nuovo una differenza tale da cambiare completamente lo scenario, e che se si verificasse di nuovo potrebbe sconvolgere ogni previsione che oggi diamo per scontata.

Per quanto riguarda la coalizione di centro-destra, sia per Pdl-Forza Italia che per la Lega Nord in passato i sondaggisti si sono rivelati invece relativamente accurati. Alle politiche 2013 quest’ultima ha fatto circa un punto peggio del previsto, compensata da un Pdl che invece ha battuto i sondaggi di un ammontare simile. Alle europee 2014 i risultati reali sono stati ancora più vicini a quelli previsti.

Una parola di prudenza va spesa per Liberi e uguali, che al momento sembra viaggiare su risultati piuttosto buoni e vicini al 6,5%. Tuttavia alle scorse politiche entrambe le liste più a sinistra sono poi risultate sopravvalutate. Rivoluzione civile, guidata dall’ex pubblico ministero Antonio Ingroia, in particolare ottiene la metà dei voti previsti e non porta nessun candidato né alla Camera né al Senato. Sinistra ecologia e libertà va invece leggermente peggio del previsto, ma soltanto di qualche decimale, e facendo parte di una coalizione ottiene invece 37 deputati e 7 senatori.

1

Per orientarci nella giungla dei sondaggi, torna utile mettere in fila i risultati per ciascuno degli istituti che li hanno condotti. In questo modo sappiamo chi ha avuto ragione più spesso, o almeno si è avvicinato di più al risultato reale, e chi invece ha sparato del tutto fuori centro.

Non tutti i sondaggi sono creati uguali, e se diversi di questi istituti oggi non lavorano più ce ne sono altri spesso citati che invece ritroviamo. Guardare ai loro numeri passati è sia una guida per noi elettori, così da interpretare i numeri che ci arrivano per capire quali sono buoni e quali meno, sia un modo di rendere i sondaggisti responsabili delle informazioni che mettono in circolo.

Magari, con un po’ di fortuna, questo sarà di sprone per fare meglio in futuro.

3

Sapere di quanto sbagliano i sondaggisti non ci dice con certezza se succederà ancora né in quale caso: a estrapolare dal passato ci vuole sempre prudenza perché in fondo qui abbiamo considerato due soli eventi. Ma almeno può renderci più pronti a eventuali sorprese, uno scenario verso il quale sembrano portarci tutti gli indizi oggi disponibili.

DiLuca

Ostia, quella testata d'impunità che racconta la Roma senza regole

Perché l’aggressione a Daniele Piervincenzi e all’operatore Edoardo Anselmi di Nemo da parte di Roberto Spada, a Ostia, ci ha colpito in modo così profondo, carnale, come se fossimo stati aggrediti noi stessi? Per molti motivi, tutti gravissimi, che stanno facendo dell’Italia un territorio senza regole, dove dominano quelli che non hanno nulla da perdere, quelli ai quali non ti rimane che piegare la testa per salvarti la faccia e dove alle domande, alle domande in genere, ben oltre quelle dei giornalisti, la risposta sempre più frequente è la violenza. Se possibile ostentata, diffusa, manifesta perché consolida traffici e paure. Non servono le classifiche internazionali per raccontarci che in questo Paese si vive male e che i diritti di cittadinanza, fra cui la libertà di informare ed essere informati, sono mutilati: basta quel setto nasale rotto.

Quella reazione incredula del reporter, con un tono di voce che segna il passaggio dalle dinamiche di una metropoli occidentale a un delirio di stampo sudamericano.

Non è certo agli appartenenti al clan Spada di Ostia che si può fare un discorso del genere. L’abbiamo visto nelle parole dell’aggressore: di cosa vuoi parlare, con quella gente. L’abbiamo verificato perfino nei commenti, specie su Facebook, al post con cui Spada rivendicava l’aggressione (poi rimosso), fra insulti vari alla stampa, sostegno alla reazione, folli deliri di onnipotenza. Sebbene non ne mancassero di condanna. Stessa penosa musica anche in calce ad altri post.

Leggi anche

Ogni sovrano, anche il più piccolo e osceno, ha i suoi cortigiani e i social sono un buon canale per manifestarsi.

Quelli vanno combattuti con gli strumenti della legge e dello stato di diritto, che spero riescano a dare una risposta chiara e soprattutto rapida incalzati dall’ultima aggressione subita da un giornalista nel Lazio. Il ministro dell’Interno Marco Minniti dice che in Italia “non possono esistere zone franche”: ce ne sono già molte, caro ministro. Secondo i dati di Ossigeno per l’informazione, l’associazione dell’Ordine dei giornalisti e della Fnsi, su 321 giornalisti minacciati in Italia ben 112 lavorano nel Lazio: otto aggressioni fisiche, 42 avvertimenti, un danneggiamento, 50 denunce e azioni legali ingiustificate (le cosiddette querele temerarie), 11 ostacoli all’informazione.

Questo è il quadro di quell’aggressione. Questo il clima della violenza. Occorre che sia chiaro, marchiato a fuoco: la testata di Spada non nasce per caso. Nasce perché chi la sferra sa che può farlo senza rischiare troppo. In un gioco di costi-benefici per cui, in fondo, ci si guadagnerà di più nel consolidamento del proprio potere, nel controllo del territorio, nel rispetto dei conniventi della zona tanto da poter snobbare le possibili conseguenze. D’altronde la certezza della pena e l’applicazione delle regole sono un optional, in questo Paese. Invece di preoccuparsi, a poche ore dall’aggressione Spada pubblicava su Facebook: quale migliore conferma che ci si sente (e si sia, nei fatti) al di sopra di ogni regola?

Il resto lo fa il terreno ricco e fertile che si abbevera del disprezzo per chiunque (dal giornalista al passante) osi farli valere, quei diritti di cittadinanza di cui si parlava prima. Perché il punto è questo: quella testata e quelle bastonate non l’ha prese un giornalista. Le abbiamo prese tutti noi.

In questo senso, Roma sta diventando un esempio micidiale. Un cuore nero e doloroso in cui anche per girare per strada serve sangue freddo e capacità di analisi. Di Spada in circolazione, infatti, ce ne sono tanti. No, non parlo di affiliati al clan mafioso. Parlo di gente comune a cui questi atteggiamenti stanno entrando sotto pelle. Di persone che una testata del genere non esiterebbero a darla in contesti ben più banali. Di uno stile di vita che vede nell’impiccio, nella questione, nel dibattito, nel vivere secondo le regole (anche le più sciocche, senza arrivare al codice penale, basta spesso un semaforo o un regolamento di condominio) vedono solo un ostacolo al proprio spazio vitale.

Roma sta diventando un posto di stupidi e violenti, un tessuto che si abbevera e al contempo viene alimentato dai clan che spadroneggiano in città, spesso silenziosamente (per continuare i loro affari) ma mostrando i muscoli in questo modo. Ricordandoti che non sei davvero libero. Che non sei davvero in una capitale europea.

Servirebbero parole chiare e nette dalla politica – che fosse in grado di vomitarli, certi consensi, invece di andarli a cercare uno ad uno – fatti concreti e immediati dall’amministrazione locale invece che tweet senza mordente e dalle procure, condanne esemplari, recupero della legalità, alla ricerca di un rinnovato senso di sicurezza per i cittadini per bene. Ormai minoranza silenziosa in lotta contro i mulini a vento. E dimentichi del piacere di vivere in questa straordinaria ma disgraziata città.

DiLuca

Il whistleblowing è legge. Ecco le tutele per chi denuncia irregolarità e corruzione

(foto: Getty Images)
(foto: Getty Images)

Montecitorio ha approvato la legge sul whistleblowing per tutelare chi denuncia irregolarità e corruzione, con 357 sì, 46 voti contrari e 15 astenuti. Un sì definitivo dopo anni di attesa e di perplessità.

Il whistleblower, letteralmente colui che soffia nel fischietto, è il dipendente che denuncia episodi di corruzione e irregolarità alla magistratura o all’Autorità nazionale anticorruzione (Anac), e non potrà essere punito per il suo gesto. In questo caso l’elenco delle punizioni è variegato: si va dal cambio di funzione al trasferimento o dal mobbing al licenziamento. Ogni azione punitiva o discriminatoria a danno del whistleblower diventa nulla e l’ente presso il quale questo lavora può essere sanzionato fino a 30mila euro, cifra destinata a salire fino a 50mila euro nel momento in cui, dopo la segnalazione di irregolarità, l’ente non avesse approntato le dovute verifiche o fosse venuto meno alle procedure decise dall’Anac.

Vige la segretezza assoluta. L’identità del whistleblower non verrà resa nota ma, nonostante ciò, le denunce anonime non vengono prese in considerazione.

Il testo prevede anche l’annullamento di ogni tutela in favore di quei segnalanti condannati per calunnia, diffamazione o per colpe gravi.

Una legge che migliora l’impianto previsto nell’articolo 1 comma 51 della legge Severino già applicata agli enti pubblici, nelle cui file si inseriscono ora anche gli enti di diritto privato sottoposti al controllo della cosa pubblica e che apre anche al settore privato, intervenendo sulla nullità di ogni atto discriminatorio o con il reintegro in caso di licenziamento.

Leggi anche

Le debolezze non mancano, soprattutto nel settore privato. Ogni azienda deve infatti prevedere una procedura per la segnalazione di abusi, in linea con i paletti fissati dall’Anac. Considerando la ampia distribuzione di piccole e medie aziende sul territorio italiano (circa il 90% del totale) diventa difficile credere che in ognuna queste procedure possano essere allestite in modo rigoroso.

La legge Severino, riveduta e migliorata dalla legge approvata oggi dalla Camera, ha delineato dei principi demandando però a terzi, in questo caso all’Anac, il compito di creare strumenti per favorire le attività di segnalazione dei dipendenti.

DiLuca

Sicilia: presidenza al Centro destra, ma il M5S è il primo partito

Musumeci e Meloni (Foto: Facebook/@nellomusumeci.page)
Musumeci e Meloni (Foto: Facebook/@nellomusumeci.page)

Sebastiano Nello Musumeci è il nuovo governatore della Sicilia. Questo il verdetto delle urne chiuse domenica 5 novembre e arrivato a spoglio ultimato. La coalizione di centrodestra supera il Movimento 5 stelle, cui va lo scettro del partito più votato che però ha corso da solo.

I candidati e i partiti
Il neoeletto presidente della regione Sicilia Musumeci con il 39,8% dei voti ha superato Giancarlo Cancelleri, il candidato scelto dal M5S non senza polemiche e veleni, a cui sono andate il 34,7% delle preferenze.

Fermo al 18,7% Fabrizio Micari a cui tocca il gravoso compito di prendere sulle spalle la débâcle del Pd. A Claudio Fava (Sinistra) il 6,10% dei voti e all’indipendente Roberto La Rosa lo 0,7%.

Sarà una coalizione di centrodestra a prendere il posto di quella di centrosinistra rappresentata dal presidente della Sicilia uscente Rosario Crocetta, eletto con il 30,5% delle preferenze. Ora è il turno di Musumeci, già sottosegretario al ministero del Lavoro ed eurodeputato.

Nel dettaglio i risultati ottenuti dai candidati sono così suddivisi:

Affluenza
Alle regionali del 2017 hanno risposto il 46,76% dei 4,6 milioni di elettori (su una popolazione poco superiore ai 5 milioni di individui), una percentuale al di sotto della soglia psicologica del 50% e in diminuzione dello 0,65% rispetto alla tornata elettorale del 2012, quando l’affluenza è stata del 47,41%. Anche in questo caso ha vinto il candidato non in lista. L’astensione.

Una lezione per tutti
Lo scontro diretto tra il centrodestra e il M5S ha più di un significato.

Leggi anche

Da una parte è la dichiarazione inconfutabile della disfatta del Pd la cui anima divisa in due ha partorito altrettanti candidati (Fabrizio Micari e Claudio Fava) i quali, insieme, hanno incontrato il 19,8% del favore degli elettori, quasi 15 punti percentuali in meno del pentastellato Cancelleri e il 20% in meno del presidente Musumeci, uomo di quella coalizione rivitalizzata da Berlusconi, Salvini e la Meloni hanno lasciato il segno anche in Sicilia, terra almeno in superficie avversa soprattutto al leader del Carroccio.

Il M5S è in crescita, anche se l’accelerazione non lo ha ancora portato a spiccare il volo. Resta il fatto che, in Sicilia, il Movimento è il primo partito e, forse, i grillini non potevano chiedere di meglio.

Copione già visto
Il centrodestra e il Movimento andranno al ballottaggio a Ostia, altro luogo in cui si è votato durante il fine settimana. Tra la candidata del centrodestra Monica Picca e quella pentastellata Giuliana Di Pillo c’è una distanza del 3,5%. Anche l’affluenza è un dejà vu, ad Ostia hanno frequentato le urne solo il 36% dei votanti.

DiLuca

La legge sul biotestamento è ferma al Senato da mesi. E forse non vedrà la luce

Eutanasia

La proposta di legge sul biotestamento è ferma in senato da circa sette mesi e appare remota la possibilità che diventi legge entro la fine della legislatura. Fanno scudo e zavorra i cattolici che popolano tutte le aree politiche, oltre al Centrodestra e Alternativa popolare che sembrano inamovibili e decisi a votare no mentre, Movimento 5 stelle e Partito democratico propendono invece per il . A questo si vanno ad aggiungere gli emendamenti, migliaia, che dovranno essere esaminati durante le discussioni al Senato.

L’opposizione dei senatori cozzano contro le parole di papa Francesco, che ha apertamente messo in discussione l’opportunità dell’accanimento terapeutico.

I tempi tecnici per l’approvazione sono stretti, nell’agenda di Palazzo Madama ci sono anche la legge di bilancio e lo ius soli. Anche se il biotestamento dovesse essere approvato, le modifiche apportate al testo dovrebbero essere rimandate alla Camera per ottenerne il benestare.

La legge è stata approvata dalla Camera lo scorso 20 aprile e permette di scegliere, con dei limiti, quali trattamenti medici ricevere in caso di malattie gravi.

Si riconosce ai maggiorenni la possibilità, in caso di una futura incapacità di autodeterminarsi, di esprimere le preferenze in materia di trattamenti sanitari grazie alle disposizioni anticipate di trattamento (Dat). Prevista anche la possibilità di una pianificazione condivisa delle cure, tra dottore e paziente, nei casi di patologia cronica e invalidante o caratterizzata da inarrestabile evoluzione con prognosi infausta, vincolante per il medico se il paziente non può affermare più la propria volontà.

Leggi anche

DiLuca

Se Berlusconi è "il presente" e gli italiani il passato

berlusconi“Io sono il presente” risponde Silvio Berlusconi alle fiacche domande di Fabio Fazio. E così, incredibilmente, scaccia l’effetto Mugabe e schiaccia gli italiani in una situazione surreale a pochi mesi da una tornata elettorale che si preannuncia drammatica.
In quegli 81 anni dell’ex cavaliere c’è dunque un eterno presente: candidabilità o meno, guiderà la coalizione di centrodestra come fosse lui il premier predestinato. Ingannando gli elettori. Come li ha ingannati ieri sera, al solito mistificando i dati, edulcorando i risultati delle precedenti esperienze di governo e solidarizzando in prima serata con un condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. Questo, al netto delle storie dell’infanzia, è quello che ci è toccato su Rai1.

Eppure se i tribunali fanno il loro lavoro, gli italiani non sembrano riuscire a condannarlo del tutto. Sui social network, in queste ore, si leggono frasi tipo “siete riusciti a resuscitarlo” e simili. Sembrano provocazioni ma hanno un fondo di verità.

Parliamoci chiaro: Berlusconi si è ovviamente resuscitato da solo, con la potenza economica che lo sorregge da decenni e con tutto quello che significa in termini di influenza, clientelismo, anche legittimo magnetismo. Eppure in qualsiasi altra democrazia matura un simile personaggio avrebbe faticato a guadagnarsi diritto di parola dopo le numerose vicende in cui è rimasto impigliato negli anni e di cui spesso è stato regista assoluto. Non da noi, tuttavia, dove continua a controllare enormi ricchezze e la sua figura di imprenditore di successo che stavolta si contrappone ai grillini, gente “che non ha mai combinato nulla di buono, che non ha mai lavorato”, torna prepotentemente ad attrarre un pezzo di Paese.

Leggi anche

D’altronde, la memoria corta è il nostro difetto peggiore.

Un uomo che ci sorride – in modo plastico, finto, forzoso, come quegli abbracci sgraditi ma impossibili da rifiutare – da oltre vent’anni (per la politica, ma in fondo anche di più considerando l’epoca Craxi) e da oltre quaranta per lo spettacolo. Che ha probabilmente perso la carica dei Novanta e dei Duemila ma che in un Paese anziano, ignorante e, appunto, smemorato come il nostro può sempre contare sul fascino del padre-padrone decisionista. Quello che in fondo ci ha saputo fare, si è intrattenuto con belle ragazze, ha dato lavoro e sfamato famiglie. E chissenefrega se in mezzo a tutto questo si è lasciato una scia di reati: per alcuni è stato condannato, altri sono caduti in prescrizione, si pensi per esempio alla compravendita dei senatori nel 2006, per molti altri è stato assolto o le accuse sono state archiviate.

D’altronde l’ex premier incassa oggi il dividendo di vent’anni di annichilimento del centrodestra. In quei lustri non ha lasciato crescere nessuno. Non ha avuto un delfino né un erede. E non potrebbe averne per la natura intrinseca della sua presenza in politica. Basti guardare i bilanci di Forza Italia, per gran parte legati alle sue elargizioni. Per questo non esiste un’alternativa e gli italiani tornano ciclicamente a dividersi su di lui, ad amarlo oppure a odiarlo. Perfino oggi propone, sull’onda del totale scollamento dell’elettorato dalla politica, personaggi come l’ex generale dei Carabinieri Leonardo Gallitelli e infarcisce le liste di avvocati e professionisti. In quest’ultimo caso sagome cartonate che, a patto di avere il carisma e la combattività dell’ex cav, non potranno mai disporre della sua potenza di fuoco.

C’è infine da segnalare l’aggiunta, in queste ultime fasi, di un certo “effetto nostalgia” che ne ha fatto un arnese quasi anni Ottanta, come il Commodore 64 o Strangers Things. O almeno Novanta. In questo senso Berlusconi è diventato un pezzo della cultura popolare del Paese. Anzi, in buona parte l’ha costruita lui.

Gli unici eredi sono quelli di sangue, e c’è da scommettere che prima o poi si faranno avanti nonostante ogni smentita. Considerando la longevità del padre, avranno però ancora un po’ di tempo da aspettare. Per il momento, pur senza spingersi troppo nel futuro (basta arrivare alla prossima primavera), Berlusconi è tornato a farsi presente. In un Paese che è sempre più passato.

DiLuca

Le leggende metropolitane sulla Corea del Nord

korea_bestLa Corea del Nord è tornata in prima pagina dopo il suo nuovo test con un missile balistico intercontinentale, caduto nelle acque del Giappone. Poco dopo il regime ha dichiarato trionfante di essere diventato uno stato nucleare completo, intendendo di aver raggiunto le capacità per un attacco nucleare. Secondo gli esperti il nuovo missile potrebbe teoricamente colpire una città negli Stati Uniti, ma non ci sono ancora prove che possa trasportare una testata nucleare. Di certo la tecnologia nordcoreana in questo campo è progredita molto, e sembrano lontani i tempi in cui ci si poteva far beffe dei test missilistici falliti.

Ma se qualche giorno prima ci avessero fermato per strada chiedendoci cosa sapevamo della Corea del Nord, che cosa avremmo saputo rispondere? A molti di noi probabilmente sarebbe venuto in mente un meme con Kim Jong-un, leader del paese dal 2011 e immediatamente diventato una macchietta. Poi avremmo cominciato a ricordare qualche storia sul regime, alcune orribili altre tragicomiche.

Il problema è che molte di queste storie, che abbiamo appreso soprattutto attraverso media tradizionali, sono solo leggende metropolitane.

Ora che in tanti agitano lo spauracchio delle fake news sui social media e si torna a respirare vento di censura, la qualità delle informazioni a disposizione sulla Corea del Nord dovrebbe far riflettere. Se da una parte la dittatura rende quasi impossibile il giornalismo, dall’altra quello che sappiamo è spesso filtrato dai media sudcoreani. Da qui si originano molte delle storie fantasiose del regime di Pyongyang, e cominciano il loro giro intorno al mondo, spesso arricchendosi di nuovi particolari.

Lo zio mangiato dai cani
Una delle più note con protagonista il nuovo leader è quella dello zio mangiato dai cani. Ora, sulle atrocità di cui è responsabile la dinastia al potere non c’è discussione, basta pensare alla priorità data agli investimenti militari mentre nel paese è diffusa la malnutrizione. Le vittime della carestia del 1994-1998 sono difficili da quantificare, ma la stima più conservativa è di 600mila persone. Lo zio dato in pasto ai cani potrebbe allora sembrare il minimo da aspettarsi, ma è una bufala.

Sappiamo che lo zio Jang Song Thaek, secondo in comando, è stato assassinato a fine 2013 su ordine di Kim Jong-un, come annunciato da un violento comunicato che lo descriveva come un traditore. Che però sia stato denudato e dato in pasto a 120 cani affamati è frutto di un cortocircuito tra satira, media acchiappaclick e propaganda. La storia è stata ripresa in tutto il mondo da The Straits Times, il giornale più venduto a Singapore. A sua volta la testata citava, a due settimane di distanza, il tabloid cinese Wen Wei Po. Se l’unica fonte di una notizia fosse qualcosa come il Daily Mail difficilmente potremmo farci affidamento, ma non è finita qui: il tabloid aveva preso la storia quasi parola per parola da un post satirico sui social media di un comico cinese molto popolare.

Le paurose esecuzioni
La famosa esecuzione della cantante Hyon Song-wol invece non è mai avvenuta. Si diceva fosse intima del nuovo dittatore che, scriveva un giornale della Corea del Sud, l’aveva scoperta in un film porno e per questo l’aveva fatta giustiziare nel 2013 insieme ai musicisti. Ancora una volta solo voci amplificate e assurde anche per gli standard del paese, e infatti dopo poco la cantante ricomparve in video viva e vegeta, ora ha addirittura un posto nel partito.

Le storie inventate di atrocità attribuite all’avversario sono un fenomeno noto. Durante la Prima Guerra Mondiale si credeva che la Germania usasse i cadaveri per fare sapone e margarina e secondo alcuni storici questa fake news, nata da semplici voci e rinforzata dalla propaganda, avrebbe poi contribuito all’iniziale incredulità sull’Olocausto della Seconda Guerra Mondiale. Durante quest’ultimo, a livello sperimentale, del sapone ricavato da grasso umano potrebbe essere stato effettivamente realizzato in Germania, ma di certo la pratica non ha mai fatto parte delle procedure di sterminio.

Tutte le altre leggende
Altre leggende urbane sulla Corea del Nord prendono invece di mira proprio la loro famosa propaganda, diventando a loro volta armi politiche. Una storia famosa è quella del punteggio a golf di Kim Jong-il, padre dell’attuale leader. Da metà degli anni ’90 circolano storie di assurdi punteggi realizzati dal caro leader la prima volta che prese in mano la mazza, storie che sarebbero parte del culto della personalità e quindi condivise dalla popolazione. Narcisismo e dittatura vanno a braccetto, quindi la storia potrebbe sembrare credibile in superficie, ma non è così.

Nel 1994, dopo la morte del padre della patria Kim Il-sung, il giornalista australiano Eric Ellis ha visitato il paese sotto le spoglie di un giocatore professionista di golf. Al Golf club di Pyongyang  chiese se il defunto leader, di cui era presente un gigantesco ritratto, avesse mai giocato. Un uomo rispose di no, ma che suo figlio era un vero portento: il successore  Kim Jong-il aveva centrato cinque buche usando usando per ognuna un solo colpo! Fuori dalla Corea del Nord la storia è stata subito ripetuta e ha cominciato a mutare: ora alcuni dicono che le buche fossero 11, altri addirittura 18, e tutti pensiamo che i nordcoreani credano ciecamente a queste stranezze grazie alla propaganda. Come ha spiegato tra gli altri l’esperto di propaganda nordcoreana Brian Myers la storiella del tiranno golfista non è mai comparsa nel materiale diffuso dal regime. La propaganda della Corea del Nord è concentrata sui traguardi militari e sui nemici al di là dei confini, mentre il golf è solo uno sport da ricchi.

Il ruolo dei media
Da una parte i media hanno fame di storie strane (cioè acchiappaclick) sulla Corea del Nord, dall’altra c’è bisogno di demonizzare il nemico, al punto che le leggende diventano notizie. Non bisogna dimenticare che la Corea del Sud viene da decenni di propaganda, tanto che alcuni credono ancora che i nordcoreani abbiano le corna. Ancora oggi sotto il trentottesimo parallelo i cittadini non possono accedere ai siti web nordcoreani o scambiare documenti provenienti da quel paese. In queste condizioni a volte può bastare un errore di traduzione per innescare la bufala, come è successo per gli unicorni.

Nel 2012 è uscita in tutto il mondo la notizia che gli archeologi nordcoreani avevano trovato una tana dell’unicorno, o almeno così è come molti (tutti) i giornali hanno deciso di chiamare il Kirin, un animale mitologico che non c’entra nulla, ma è altrettanto fantastico. L’errore di traduzione però non è questo: il comunicato del regime diceva in realtà che gli archeologi avevano trovato un’antica città chiamata Kiringul, che tradotto letteralmente suona simile a tana del Kirin. Come ha spiegato Sofia Lincos su Queryonline

Per intenderci, è come se un archeologo statunitense affermasse di aver scoperto i resti dei primi insediamenti di Phoenix, in Arizona, e qualche giornale lo interpretasse distrattamente come il ritrovamento della leggendaria fenice.

Uno dei problemi è certamente che non tutte le redazioni possono contare su qualcuno che sappia il coreano, ma se un qualunque altro paese avesse apparentemente dichiarato di aver catturato un drago usando una lingua a noi non familiare, probabilmente i giornalisti ci penserebbero due volte prima di diffondere la notizia.

Alla fine viviamo nell’illusione che niente che arrivi dalla Corea del Nord sia troppo incredibile, e ci crediamo a scatola chiusa. Come è successo col video ‘How Americans Live Today’: scambiato per un reale filmato di propaganda fuoriuscito dal regime di Pyongyang, è in realtà un video satirico. La voce in inglese fuori campo, apparentemente traducendo dal coreano, racconta che gli americani fanno il caffè con la neve, sopravvivono mangiando uccelli e vivono in tende.

Come ha commentato il professor Myers riguardo a come i media occidentali trattano la Corea del Nord:

La propaganda della Corea del Nord è molto bizzara anche senza che qualcuno cerchi di ricarmaci sopra.

Leggi anche

DiLuca

Per i migranti ormai l’Italia è diventato un paese di passaggio

(foto: Lapresse)
(foto: Lapresse)

Quando si tratta di migrazioni, è possibile che gli sbarchi dei richiedenti asilo ci abbiano distratto da un’altra questione magari più sottile, ma forse più importante – se non altro perché riguarda un numero molto maggiore di persone.

Come hanno sottolineato su Neodemos i ricercatori Mario Basevi e Cinzia Conti, nel 2017 per la prima volta (e dopo decenni di crescita) la presenza di stranieri non comunitari in Italia è diminuita. Rispetto all’anno precedente i permessi di soggiorno calano di 217mila unità, portandoli a circa 3,7 milioni.

Certo, ricordano gli autori, “in parte la diminuzione è da attribuire alla nuova possibilità di migliorare la qualità dell’archivio dei permessi, sia a seguito dell’introduzione del permesso individuale dei minori , sia a seguito di controlli più generali effettuati attraverso l’integrazione di diversi archivi”, ma anche tenendo in conto questi fattori la diminuzione ci sarebbe stata comunque.

A spiegare il nuovo volto dell’immigrazione ci sono, fra gli altri, due elementi. Il primo riguarda il calo degli ingressi, che nel 2016 sono diminuiti del 5% rispetto all’anno precedente. Anche la loro natura è forse diversa da quella che ci aspetteremmo: i permessi per lavoro sono una parte piccola del totale, mentre aumentano quelli concessi a persone che chiedono asilo politico: la seconda ragione più frequente dopo i ricongiungimenti familiari.

Oltre a essere in calo, nel tempo i migranti tendono anche a radicarsi meno. Per esempio fra quelli arrivati nel nostro paese nel 2002 un’ampia fetta – oltre l’80% – viveva ancora in Italia dodici anni più tardi. Con il passare del tempo, però, la parte di chi arriva a stabilirsi per lungo tempo diminuisce. Nei cinque anni passati dal 2007 al 2012 risulta ancora in Italia circa il 65% dei migranti, e nello stesso arco di tempo fino al 2017 calano ancora a meno del 55%.

Coloro che arrivano in cerca di protezione e asilo politico”, continuano gli autori, “hanno una tendenza a restare in Italia più bassa rispetto agli altri migranti: restano in Italia per oltre il 51% dei casi. Anche coloro che sono giunti per famiglia restano in Italia solo per il 65,8%”.

dash-1

Dove i flussi di stranieri siano in calo lo si vede anche entrando, grazie ai dati Istat, nel dettaglio delle singole città. Succede a Milano, per esempio, dove gli arrivi sono passati da 35mila del 2014 a meno di 20mila nel 2016, ma ci sono anche casi dove accade l’opposto come Napoli.

Va ricordato anche che questi numeri arrivano dall’anagrafe, che tiene traccia in maniera più fedele di chi arriva rispetto a chi va via. Non tutti quando lasciano l’Italia lo comunicano, in effetti, così è molto probabile che i flussi in uscita siano sottostimati.

Tutto considerato, l’Italia resta uno dei paesi in cui le persone di origine straniera sono relativamente rare tanto che ne risultano meno di frequente che, per citare nazioni a noi simili, in Spagna, Germania, Francia o Regno Unito.

Se invece prendiamo quelli che l’Istat definisce stranieri, e cerchiamo di capire quanti sono e dove vivono più spesso rispetto al resto della popolazione residente, troviamo che sono l’8,3% del totale e si trovano soprattutto nel Centro-Nord. Dall’analisi, per questioni tecniche, è stata esclusa la provincia autonomia di Bolzano.

Una parte significativa degli italiani, grosso modo 14 milioni di persone, vive in 2.300 comuni totali dove la presenza di stranieri difficilmente supera il 6% della popolazione complessiva. Altri 8,8 milioni, in particolare al Sud e nelle isole, risiedono invece in 1.775 comuni complessivi dove di persone di diversa nazionalità ce ne sono pochissime, meno del 3%. Troviamo infine un gruppo più numeroso di cittadini in meno di mille comuni ad elevata densità di stranieri.

Molto spesso, e c’era da immaginarlo, si tratta di grandi città.

Leggi anche

DiLuca

Mandato di arresto europeo per Carles Puigdemont

Conferenza stampa di Carles Puigdemont a Bruxelles (Foto: LaPresse)
Conferenza stampa di Carles Puigdemont a Bruxelles (Foto: LaPresse)

Il presidente deposto della Catalogna Carles Puigdemont e i 4 ministri rimasti con lui in Belgio sono stati raggiunti da un mandato di arresto europeo. La conferma arriva dal legale dell’ex premier Paul Bekaert che ha rilasciato una dichiarazione all’emittente tv belga Vrt.

Lo scorso 2 novembre, in patria, 8 dei 13 ministri del governo catalano deposto sono stati arrestati, sette dei quali ancora in stato di detenzione con l’eccezione del ministro dell’Industria Santiago Vila i Vicente (rilasciato dietro cauzione di 50mila euro) il quale, in forte disaccordo con Puigdemont, si era dimesso prima che il Parlament lo scorso 27 ottobre dichiarasse l’idipendenza, nonostante le pressioni esercitate dal governo spagnolo che ha prima minacciato e poi ha applicato l’articolo 155 della Costituzione.

Il giudice Carmen Lamela ha giustificato tali misure con il pericolo di fuga e con la reiterazione del reato da parte degli imputati. I loro legali, invece, hanno lamentato una procedura sbrigativa e diversi vizi di forma.

Ora la parola passa ai giudici di Bruxelles che dovranno decidere sull’estradizione, questione che appare complessa. Il diritto belga accorda l’estradizione per quei reati che sono tali anche in patria e, a quanto riportano alcuni media, in Belgio il codice penale non prevede reati di sedizione e ribellione, quelli per cui i membri dell’ex governo catalano sono indagati in Spagna e per i quali sono previste pene fino a 30 anni di detenzione.

Leggi anche